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Prendersi cura della produttività

L’Italia ha un problema di debito pubblico di lunga data. Al debito vigoroso corrispondono il peso decrescente degli investimenti sul PIL e la produttività anemica, un male che non è solo italiano.

di Piero Formica

(Adobe Stock)

4' di lettura

L’Italia ha un problema di debito pubblico di lunga data. Secondo le stime e le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, il debito lordo delle amministrazioni pubbliche in % del PIL viaggia tra il 140 e il 160%; in tutta l’eurozona, poco sotto il 100%. Al debito vigoroso corrispondono il peso decrescente degli investimenti sul PIL (rispetto agli anni ’70 e ’80 del Novecento, 4,5 punti percentuali in meno) e la produttività anemica, un male che non è solo italiano. In un articolo a firma di Ruchir Sharma, il Financial Times dello scorso 18 Luglio ha osservato che «con l'inizio dell'era dei computer, si è concluso il boom della produttività del dopoguerra. Ad eccezione di una ripresa intorno alla fine del secolo, la produttività ha avuto una tendenza al ribasso per più di 50 anni». Tramontato il tempo dell’elettricità e dei motori a gas che hanno gonfiato i muscoli della produttività, ai giorni nostri c‘è chi intravede nelle distrazioni prodotte dai social media e dai giochi digitali il declino della produttività. Il Financial Times, invece, punta il dito contro la prodigalità della mano pubblica. Scrive Sharma: «Gli stimoli governativi (sia monetari che fiscali) hanno superato i record nelle ultime tre grandi crisi, arrivando nelle economie sviluppate a superare il 7% del PIL nel 2001, il 12% nel 2008 e il 45% nel 2020». È così che si sono sostenute le imprese zombie e si è fatta ammalare la produttività sottraendo risorse alle imprese e ai progetti innovativi. Anziché investire per innovare, si sono premiati con abbondante liquidità i proprietari.

A ridare buona salute alla produttività sarà un'infrastruttura Internet sicura e resiliente? Grazie a Internet, sembra che siamo tutti informati, ma c’è da stare attenti a non confondere fatti e cifre (informazioni) con la conoscenza. Un’attenzione che deve essere massima allorché pare di vivere in un tempo magico sotto il segno dei Big Data. Bologna è sede del Data Center del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine e di Leonardo, uno dei cinque supercomputer più potenti al mondo. La Grandeur di Bologna che innova si esprime con un quarto della potenza di calcolo dell’intera Europa, secondo quanto dichiara il Presidente della Regione Emilia-Romagna. Tuttavia, un ammasso di dati non è scienza, come un mucchio di pietre non è una casa, sosteneva il matematico Henri Poincaré. La Grandeur dipenderà dal sentiero principale imboccato dall’interpretazione di un grande volume di dati che si muovono speditamente. Unindustria Padova comunica che «Padova Treviso Digital Valley veneta conta 29mila imprese, 896 in più nel 2021, e un PIL che vale 9,6 miliardi». Per la società veneta del futuro, ricerca, innovazione e intelligenza artificiale sono dogmi. Così si è espresso il Presidente Zaia nel corso della sua visita ufficiale alla sede della Fondazione per la Ricerca Biomedica Avanzata VIMM (Istituto Veneto di Medicina Molecolare).

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Osservando questo scenario c’è da chiedersi quale ruolo giocheranno l’intelligenza artificiale (IA) e l’intelligenza umana (IU). Già negli anni Trenta del Novecento sulla scia di Alan Turing, uno dei padri fondatori dell’informatica, che con la macchina che porta il suo nome anticipò il computer moderno, l’IA era stata equiparata all’IU. Oggi è sbocciata una venerazione futuristica per l’IA. Conseguentemente, l’IU è quotata al ribasso. Non vorremmo che le iniziative avveniristiche del Nordest fossero colpiti dalla sindrome di sopravvalutazione dell’IA e sottovalutazione dell’IU. Resta attuale il problema che si poneva lo psicologo comportamentale Burrhus Frederic Skinner nel 1969 quando sosteneva che la vera domanda non è se le macchine pensano, ma se gli uomini continueranno a farlo.

Gli esseri umani sono animali da narrazione; modelliamo noi stessi e i nostri ambienti attraverso la narrazione. Senza le storie che danno significato alla vita, ci si ritrova con fatti, cifre e grafici freddi. Come si chiedeva retoricamente Dostoevskij: "Chi vuole vivere secondo i grafici?". La crescita esponenziale dei dati presenta interessanti opportunità per la risoluzione di problemi creativi, sempre che si riesca a capire i dati abbastanza da agire su di essi. Parafrasando Shakespeare, ci sono più cose in cielo e in terra di quante se ne sognino nei nostri dati. Gli scienziati possono desiderare di accumulare il maggior numero di dati possibile. Ma senza una narrazione che dia un senso ai dati, questa ricerca ossessiva e febbrile non finirà in una massa schiacciante e indigesta di numeri e cifre? La letteratura è sempre stata la musa dell'economia. Fiabe, favole, racconti, romanzi e saggi suscitano emozioni e idee che influenzano la nostra attività economica. Non sorprende quindi che la letteratura possa ispirare riforme, compresa quella del comportamento umano. La narrativa ci incoraggia a riconoscere e ad accettare le altre persone; ci permette di capire la loro mente e le loro motivazioni. Leggendo le storie, sviluppiamo una mente aperta, una comprensione degli altri. A sua volta, questo ispira legami sociali e simpatie spontanee. Inoltre, lo studio della letteratura e di altre forme d'arte ha anche benefici immediati e pratici per l'attività economica: può promuovere la comunicazione, il pensiero analitico e la precisione dell'espressione; ci permette di abbracciare l'incertezza e l'imperfezione.

Gli aristocratici dei dati sognano di imbarcarsi per approdare all'isola dei fatti incontrovertibili e, una volta lì, organizzare una festa galante in onore di quei fatti. Jean-Antoine Watteau ci dà un'immagine vivida di come potrebbe essere una festa di questo tipo ne L’imbarco per Cythera: la meschina e compiaciuta soddisfazione di un fine settimana di crociera di piacere, con i putti grassi che fanno le ruote nel cielo. È una visione seducente, ma falsa: dobbiamo sempre ricordare che l’isola di Cythera – l’isola di Afrodite, sede di un piacere inimmaginabile – è la meta agognata del nostro viaggio terreno, ma non è raggiungibile dai semplici mortali. Anche l’isola dei fatti incontrovertibili è il nostro obiettivo, ma solo gli stolti immaginano di arrivarci. I solidi argomenti empirici non sono mai definitivi e irrevocabili. Ulteriori indagini possono indirizzarci in una direzione completamente nuova.

piero.formica@gmail.com

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