il primo consigliere della casa bianca

«President Bannon», uomo ombra di Donald Trump

di Marco Valsania

Donald Trump con Stephen Bannon (Afp)

6' di lettura

Stephen K. Bannon ha conquistato sul campo tutti i suoi “galloni” di gran consigliere, capace di incutere rispetto, paura e astio. Vanta soprannomi da encomio: President Bannon; oppure, solo di poco meno ambizioso, secondo uomo piu’ potente d’America. Come gli epiteti più feroci di avversari e detrattori, anche tra “colleghi” ultra-conservatori che l’hanno apostrofato come suprematista bianco alla White House o politico più pericoloso d’ America. Quando non persino paragonato - il commentatore radiofonico Glenn Beck - al ministro della Propaganda di Hitler, Joseph Goebbels.

Bannon, di sicuro, ricopre anche formalmente il ruolo di primo consigliere, guru dietro le quinte nella tradizione di Rasputin o Richelieu: nelle foto dello Studio Ovale è sempre lui seduto vicino al Presidente Donald Trump durante le telefonate ai leader internazionali. È stato promosso dentro il Consiglio di sicurezza nazionale, una poltrona senza precedenti per uno stratega politico. E ha la determinazione ideologica: è sua la riedizione del concetto isolazionista di America First con cui riempire lo slogan trumpiano di «fare di nuovo grande» il Paese. Sua la visione di uno scontro di civiltà e religioni, con gli Stati Uniti paladini del Cristianesimo e dell’Occidente contro l’Islam. E sua la mano che si è fatta sentire nelle scelte più aggressive del governo, dalla messa al bando di immigrati alla deregulation. È, non a caso, un fan della “teoria generazionale” della storia dei sociologi Strauss e Howe, che vede il ripetersi di un violento ciclo di 80 anni suddiviso in quattro fasi archetipiche nella storia del Paese: Apice, Risveglio, Disfacimento e Crisi. L’ ultima è particolarmente rivelatrice: prospetta distruzioni, guerre, istituzioni azzerate e ricostruite dalle ceneri in risposta alla percezione di una minaccia alla sopravvivenza della nazione.

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Non manca, a Bannon, neppure il gusto per le trame occulte e globali, purché in linea con i suoi valori. Vanta legami particolari al Vaticano, cercati e tessuti tra gli ambienti più tradizionalisti e conservatori di una Chiesa cattolica alla quale da buon discendente di famiglia irlandese appartiene. Quegli ambienti, per intenderci, antitetici a Papa Francesco. Quelli vicini in particolare al 68enne cardinale conservatore statunitense Raymond Burke, amico di Bannon e una delle vittime più illustri del rinnovamento avviato da Bergoglio. E raccolti attorno alla International Conference on Human Dignity, organizzata dall’Istituto Dignitatis Humanae di Roma.

Due anni or sono Bannon partecipò a un convegno in Vaticano dell’organizzazione che offrì uno spiraglio sulle sue più durature convinzioni, compresa la sua familiarità con il filosofo esoterico del fascismo e del razzismo italiano Julius Evola. Mise, allora, esplicitamente in guardia dagli inizi «di un conflitto estremamente brutale e sanguinario». Perché «siamo in guerra aperta contro i jihadisti, l’Islam, il fascismo islamico». Da condannare è anche «l’immensa secolarizzazione dell’Occidente», in particolare nella generazione dei millennials. «Il mondo, in particolare l’ Occidente giudeo-cristiano, è in crisi».

«Siamo in guerra aperta contro i jihadisti, l’Islam. il fascismo islamico»

Bannon, come antidoto, sposa una propria radicale versione del capitalismo, che poco ha a che fare con correnti libertarie di matrice anglosassone o con icone intellettuali del conservatorismo americano quali Ayn Rand. Celebra quella che definisce «una illuminata forma di capitalismo giudeo-cristiano» che avrebbe generato «tremenda ricchezza». Della quale si fa vate in prima persona: «Sono un capitalista molto pratico, pragmatico. Sono stato addestrato a Goldman Sachs; ho studiato alla Harvard Business School. Sono il capitalista più determinato che potreste mai incontrare», dice. Ma aggiunge che figure libertarie alla Rand sono state nocive perché hanno «sottratto le fondazioni spirituali, morali del Cristianesimo e del credo giudeo-cristiano».

Ma se personaggi come John Weaver, ex stratega del candidato moderato alle primarie presidenziali repubblicane John Kasich, lo definisce il rappresentante dell’«estrema destra razzista e fascista alle porte dello Studio Ovale» - e se il Ku Klux Klan e il Partito Nazista Americano hanno salutato la sua ascesa - lui nega qualunque simpatia del genere. Spiega: «Non sono un nazionalista bianco, sono un nazionalista. Un nazionalista economico. I fautori della globalizzazione hanno svuotato le classi lavoratrici americane e creato ceti medi in Asia. La questione e’ adesso impedire che gli Americani vengano ancora fregati. Se sapremo ottenere risultati, avremo il 60% del voto bianco e il 40% del voto afroamericano e ispanico e governeremo per i prossimi cinquant’anni».

«Non sono un nazionalista bianco, sono un nazionalista. Un nazionalista economico»

Il suo volto gonfio e segnato, ma sempre grintoso e dall’ espressione antagonista, ha ormai suscitato imitazioni indimenticabili: la trasmissione satirica televisiva Saturday Night Live lo veste come la Morte, completo di tunica nera e teschio al posto del volto. E lui non è timido nelle provocazioni: in una delle ultime ha preso di petto il nemico pubblico numero uno dell’ amministrazione Trump assieme alla magistratura, la stampa. Farebbe meglio, ha detto, a «stare zitta». Scavando nel più recente passato, dal pulpito del sito Breitbart News della Alt Right, l’ultra-destra, che ha diretto per una decina d’anni, ecco che ha parlato di un’ America diretta verso una nuova «grande guerra combattuta in Medio Oriente». Di un Paese impegnato in un conflitto «esistenziale e globale» con l’ Islam, il quale dispone di una «quinta colonna» nei media e nell’ establishment politico americano che comprende Barack Obama. Sua è anche l’ espressione «Darkness is good», le tenebre fanno bene, e il paragone di se stesso con Darth Vader, il cattivo di Guerre Stellari.

Da dove arriva questo arruffato signore di 63 anni a difendere l’ America in un mondo apocalittico? Diamo a lui la parola: «Vengo da una famiglia operaia, cattolica-irlandese, pro-Kennedy, pro-sindacati e democratica. Non mi sono interessato alla politica finché non ho servito nelle forze armate e ho visto quanti pasticci aveva combinato Jimmy Carter. Diventai un grande ammiratore di Ronald Reagan e lo sono ancora. Ma quello che mi ha fatto ribellare a tutto l’establishment è stato tornare dall’aver guidato società in Asia nel 2008 e vedere che Bush aveva compiuto tanti danni quanti Carter. L’ intero Paese era un disastro».

Andiamo con ordine, in una carriera eclettica quanto ambiziosa: arruolatosi nella marina militare, alla fine di sette anni di servizio e con un grado di luogotenente Bannon prende un master in Sicurezza nazionale alla Georgetown Univeristy e poi prosegue gli studi alla Harvard Business School. Uscito dall’Università viene assunto da Goldman Sachs a New York per occuparsi di mergers. Il testosterone che abbonda nell’ alta finanza gli è congeniale: «Era come essere nella marina per il cameratismo», racconta. Lasciata la banca, con ex colleghi fonda la Bannon & Co., una boutique di investment banking specializzata nei media, che avrebbe venduto a Société Générale nel 1998. Quale pagamento per un’ operazione, aveva accettato quote in cinque popolari spettacoli televisivi, a cominciare dalla storica sitcom Seinfeld. Non è finita. Nel 1993 diventa anche direttore del progetto spaziale Biosfere 2 in Arizona.

Gli anni Novanta lo vedono sbarcare in prima persona a Hollywood come produttore di ben 18 film, da Indian Runner con Sean Penn a Titus di Julie Taymor con Anthony Hopkins. Ma non mancano, soprattutto, titoli militanti: nel 2004 battezza un documentario su Reagan, occasione nella quale conosce l’editore conservatore Andrew Breitbart, e successivamente a un film su Sarah Palin, stella dei Tea Party, e a un altro contro il movimento di sinistra Occupy Wall Street. Prepara senza ultimarlo un documentario sull’ascesa del fascismo islamico negli Stati Uniti, che accusa giornali quali il New York Times e il Dipartimento di Stato di essere corresponsabili di disegni per la creazione di una Repubblica Islamica negli Stati Uniti. Quale direttore di una fondazione, il Government Accountability Institute, gestisce la pubblicazione del libro-denuncia sui Clinton intitolato Clinton Cash. Nel mezzo ha anche una vita privata molto movimentata, con tre matrimoni falliti (il secondo tra accuse di violenza alla moglie).

Il successo pubblico gli arride soprattutto da quando prende le redini nel 2012 di Breitbart News, il sito di cui era stato tra i fondatori nel 2007, alla morte improvvisa di Andrew Breitbart, che originalmente lo aveva concepito come un megafono «pro-libertà e pro-Israele». Sotto Bannon il sito vira apertamente verso la Alt Right - cioè le diverse correnti dell’estrema destra comprese voci razziste, suprematiste, anti-immigrati e anti-islamiche. Ne diventa una grande “piattaforma”, secondo quanto dichiarato dallo stesso Bannon, con l’ obiettivo di galvanizzarla e di ringiovanirla.

È da qui che Bannon l’ anno scorso comincia a effettuare il suo ingresso nella politica che conta, a fiancheggiare la campagna di Trump dopo aver flirtato con il rivale repubblicano e favorito dei Tea Party Ted Cruz. Bannon e Trump condividono anche ricchi finanziatori estremisti, quali il gestore di hedge fund Robert Mercer. La scommessa di Bannon diventa chiara quando evita di difendere una giornalista del suo stesso sito aggredita dal responsabile della campagna del costruttore, un caso che porta a un mini-esodo di redattori. Ma il dado è tratto: nell’ agosto 2016 Bannon lascia Breitbart per diventare amministratore delegato della campagna di Trump, allora in difficoltà . La rilancia con un forte messaggio anti-establishment e slogan sempre più aggressivi e provocatori sugli immigrati come sui rapporti razziali e contro la candidata democratica Hillary Clinton. Subito dopo la vittoria viene nominato chief strategist e consigliere senior di Trump. Uomo-ombra del Presidente.

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