Reportage elettorale

Presidenziali in Iran, affluenza in calo per un esito quasi scontato a favore di Raisi

Un’affluenza troppo bassa delegittimerebbe il nuovo presidente, ma anche la guida spirituale che lo ha per così dire sponsorizzato. È quasi una sorta di referendum sull’operato degli ayatollah

di Roberto Bongiorni

Iran, urne aperte per presidenziali, favorito conservatore Raisi

5' di lettura

«Sono venuto per esercitare il mio diritto di voto e contribuire a migliorare il futuro del paese». L’esordio di Hamid Reza , medico e ricercatore universitario,  rispecchia quasi alla lettera l’invito che tante volte, anche oggi,  la guida suprema del Paese, Ali Khamenei, ha rivolto agli elettori  iraniani. «Ogni singolo voto conta. Accorrete a votare e scegliete il vostro presidente», ha detto ieri l’anziana guidata spirituale, 82 anni, l’uomo più potente della Repubblica islamica.

Reza non dice per chi vota ma lo fa capire. Come peraltro la maggior parte delle persone accorse ai seggi: “Voglio esercitare la mia scelta in un modo che il paese cambi davvero non come otto anni fa. E che negozino in modo diverso sul nucleare». Il medico si riferisce agli  otto anni dell’era Rouhani, il presidente  della Repubblica moderato il cui mandato scade in luglio.

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Nei quartieri di Teheran nord, la parte ricca della capitale

Con questi due interventi inizia il nostro viaggio elettorale attraverso i diversi quartieri della grande capitale iraniana. Partiamo dalla parte settentrionale della città, quella ricca, dove la temperatura è meno torrida e sembra di toccare le montagne con mano tanto sono vicine. Da sempre roccaforte dei riformisti e dei moderati. La scintillante moschea di Ershad, in Sahriati Street è gremita. Ma ci vuole poco per comprendere che sono forse più i media, concentrati qui in questa moschea simbolo dove votano i candidati più famosi, che i semplici elettori.

D’altronde sin da subito la sensazione, poi confermata nel pomeriggio,  è che se le persone che hanno deciso di non recarsi alle urne potessero esprimere la loro opinione, la loro voce sarebbe assordante.

Percorrendo le strade orlate di eucalipti, procedendo verso Est arriviamo ad un luogo simbolico. Che gli iraniani guardano con un rispetto riverenziale; la moschea di Jamaran, con la casa annessa dove il grande ayatollah  Ruhollah Khomeyni si stabilì subito dopo essere ritornato in Iran, il primo febbraio del 1979, dopo 16 anni di esilio. Anche essa allestita a seggio elettorale, come tante altre moschee. Nelle elezioni passate la coda di elettori si allungava per decine di metri al di fuori del cancello, nello stretta stradina in salita. Oggi entrarci è stato semplice e rapido. E la fila molto breve.

Somayeh,  40 anni, donna dotata di un disarmante sorriso è quasi una mosca bianca. Impiegata in un’azienda di  trattamento delle acque reflue, non ha paura di dire chi ha votato: “Ho votato Mr Hemmati (il candidato moderato). Amo il mio paese e voglio sentirmi responsabile per ogni cosa che accade nel mio paese. Penso che possiamo cambiare ancora il destino del nostro Paese. Vorrei che avesse relazioni buone con tutti i paesi europei, ed anche con gli Stati Uniti. Con Raisi diventeremmo un Paese  ancora più conservatore”.

Ma anche qui, la maggior parte degli elettori sono a favore di Raisi.

L’affluenza, il dato più importante che darà legittimità al voto

In una votazione dall’esito quasi scontato,  l’affluenza è il dato su cui è puntata l’attenzione. Se troppo bassa delegittimerebbe il nuovo presidente, ma anche la guida spirituale che lo ha per così dire sponsorizzato.  E’ quasi una sorta di referendum sull’operato di una leadership, quella degli ayatollah, che evidenzia un sempre maggiore scollamento con la fetta più giovane degli iraniani.

Nelle moschee allestite a seggi i giovani sono dunque  pochi. Molto pochi. Ma in realtà in Iran sono tanti, tantissimi.  L’età media  di questo Paese di 82 milioni di abitanti è di soli 27 anni, e due terzi della popolazione ha meno di 35 anni. Più della metà degli elettori non erano neanche nati quando la rivoluzione islamica trionfò sul regime dello Scià Reza Pahlavi. In molti confessano di non conoscerne gli ideali che la ispirarono. Di non comprenderli. 

Agli occhi di molti iraniani la scure con cui i 12 membri  del Consiglio dei Guardiani (di cui sei nominati direttamente dalla guida spirituale) si è sbarazzata dei candidati ritenuti inadatti o scomodi  è stata eccessiva. Su quasi 600 candidati al nastro di partenza, alla fine ne ha selezionati sei che poi sono divenuti tre. Nessun riformista. Un solo vincitore annunciato: Ebrahim Raisi. 

Ma non è solo il suo fare austero, lo sguardo tetro a non entusiasmare i giovani. Il curriculum del clerico nominato a capo della giustizia nel 2019 dallo stesso Khamenei ha delle ombre. Gli avversari lo accusano di esser coinvolto nella carcerazione, nelle torture e nelle esecuzioni di migliaia di prigionieri politici iraniani a partire dal 1988 (per questo eccidio gli Stati Uniti lo misero sotto sanzioni) fino alle rivolte popolari del 2019.

Se eletto, Raisi sarebbe quindi il primo presidente della repubblica iraniana sotto sanzioni americane ancora prima di prendere servizio.  

Tempo per votare ce n’è stato a sufficienza. Dalle sette del mattino a mezzanotte passata. In modo da distribuire il voto ed evitare assembramenti eccessivi. Ma nel pomeriggio l’affluenza non superava il 30 per cento.

Pochi vaccinati e ancora troppi contagi a complicare le cose

Si potrebbe dare la colpa al Covid. Ma gli iraniani sembrano avere un rapporto piuttosto disinvolto con una pandemia con cui hanno imparato a convivere. Nonostante il loro sia il Paese mediorientale più colpito,  in termini di contagi e di decessi, un vero e proprio lock down non c’è mai stato. Un periodo chiudevano alcune attività, mentre altre restavano aperte e così via.

D’altronde le casse del Governo iraniano, messe a dura prova da quasi tre anni di durissime sanzioni, non potrebbero permettersi di far restare a  casa i cittadini con generose misure di welfare.

Come se non bastasse, l’anatema lanciato dalla guida spirituale contro i vaccini americani, Pfizer e Moderna, ha ulteriormente ridotto una campagna di vaccinazione, partita male, con pochi mezzi, e limitata dalle stesse sanzioni. Vi è poi un ulteriore ostacolo: come potrebbe il Governo  pagare le dosi di vaccino se le transazioni bancarie sono bloccate ?

Certo, i dati hanno ripreso a preoccupare. Giovedì il ministero della Sanità ha indicato quasi 13mila contagi, ed una percentuale di persone ricoverate in ospedale superiore al 12 per cento.

La vaccinazione diviene dunque fondamentale. Ma meno del 2% degli iraniani ha ricevuto due somministrazioni.

Nel centro città di Teheran

Cambia lo scenario, ma non la sostanza. Nel seggio elettorale a pochi metri dalla Phalestine square nel centro città, le urne  trasparenti di plastica contengono solo poche decine di schede.

Con a fianco la sua giovane sposa  Kasar, Majtaba, 23 anni ci confida che sono costretti a dormire ancora nel dormitorio degli studenti. Gli alloggi sono introvabili. E Troppo cari. «Uno dei simboli della Rivoluzione iraniana è di darci il diritto di voto come parte di questa Repubblica islamica. Certo la situazione economica è molto dura. Soprattutto per una giovane coppia. Io ho votato per Raisi perché suppongo che lui sappia cosa fare per il nostro Paese».

Elezioni in Iran, in abiti da matrimonio vanno a votare a Teheran

Il nostro viaggio termina nella parte meridionale della metropoli iraniana,  nelle vicinanze del grande Bazar. Qui praticamente tutti quelli che sono andati a votare lo hanno fatto per confermare il candidato conservatore. Ma i seggi erano semivuoti.

Ancora più a sud, in un altro quartiere, ripreso dalla Tv di Stato ha votato Raisi, invitando tutti gli elettori a fare altrettanto. Con l’abito religioso ed il turbante nero, che nella tradizione sciita indica la sua discendenza diretta dal Profeta Maometto.

Nel tardo pomeriggio l’agenzia statale iraniana per i sondaggi ha  previsto un’affluenza al 42%. Se si pensa che nelle scorse elezioni presidenziali, quelle del 2017, l’affluenza era stata del 73,3%, per il potenziale primo presidente iraniano, sanzionato dagli Stati Uniti ancor prima di insediarsi, il divario diviene quasi imbarazzante.

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