l’incertezza politica

Pressing su Conte per il ter, riprende quota la crisi pilotata

Tabacci vede Di Maio: possibile rafforzare la maggioranza ma serve un governo nuovo. Non si escludono dimissioni del premier entro martedì

di Barbara Fiammeri e Manuela Perrone

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(imago images/Xinhua)

Tabacci vede Di Maio: possibile rafforzare la maggioranza ma serve un governo nuovo. Non si escludono dimissioni del premier entro martedì


3' di lettura

La misura della giornata la danno le parole di Bruno Tabacci, che per ben due volte varca intabarrato il portone di Palazzo Chigi per incontrare Luigi Di Maio. «La possibilità di rafforzare la maggioranza c’è - mette agli atti il fondatore di Centro democratico - ma serve un governo nuovo, non basta un piccolo rimpasto. Io penso che Conte sia l’unico punto di equilibrio di questa legislatura». Un messaggio chiaro a nome dei centristi: l’unica strada per far uscire allo scoperto i “responsabili” è quella di un Conte ter, lo schema adesso gradito anche al Pd e almeno a una parte del M5S. E l’area che Tabacci indica per il reclutamento è quella che va dai renziani («Renzi ha fatto un discorso di rottura, ma credo che in Italia Viva ci siano posizioni più concilianti») ai «liberal-democratici di Forza Italia». Tutti, però, al momento stanno fermi.

La via del Conte ter è proprio quella che finora il premier non ha voluto imboccare. Perché prevede il passaggio delle dimissioni, che ritiene rischioso anche se - come lo rassicura chi spinge per questa soluzione - l’intento è permettergli di salire al Colle con un accordo già in tasca per ottenere un reincarico. Il tempo stringe. Senza i numeri a Palazzo Madama, il governo potrebbe essere battuto in Aula già tra mercoledì e giovedì quando dovrà essere votata la relazione sullo stato della giustizia del Guardasigilli Alfonso Bonafede. Margini per rinviare non ce ne sono, se non di sole 24 ore, appunto a giovedì: la relazione va infatti approvata prima dell’assemblea generale della Cassazione per l’inaugurazione dell’anno giudiziario, già convocata per il 29 gennaio, alla presenza del presidente Sergio Mattarella.

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Ma anche se Conte riuscisse a superare la prova dell’Aula grazie a qualche assenza o astensione strategica, i numeri non sarebbero diversi da quelli raggiunti martedì e confermerebbero così che a distanza di una settimana nuovi ingressi in maggioranza non ce ne sono. Ecco perché fonti qualificate della maggioranza indicano tra lunedì e martedì anche un possibile colpo di scena: se nel fine settimana si raggiungesse un’intesa per un nuovo governo sostenuto da un nuovo gruppo parlamentare, il premier potrebbe cedere all’ipotesi di una crisi pilotata, tornando al Quirinale per dimettersi. Ma Conte non si fida ancora. Men che mai dell’apertura di Matteo Renzi, rinnovata ieri con una lettera firmata da tutti i parlamentari di Italia Viva. Un modo per esprimere compattezza, nonostante secondo i calcoli nel governo sarebbero almeno cinque i senatori di Iv tentati di abbandonare il gruppo in Senato, ma anche per ribadire «la necessità di una soluzione politica che abbia il respiro della legislatura e offra una visione per i prossimi anni».

Conte non risponde, ma a interpretare il suo pensiero e a chiudere per lui provvede il reggente M5S Vito Crimi: «Per il Movimento non ci sono margini per ricucire con Renzi, la porta è definitivamente chiusa». Anche secondo il ministro dello Sviluppo economico, Stefano Patuanelli, se fallisce l’operazione “costruttori” l’alternativa è soltanto il voto. Ma in casa pentastellata il timore delle elezioni è altissimo e la gran parte non è sulla stessa lunghezza d’onda dei vertici. Lo stesso dicasi nel Pd, nonostante le dichiarazioni ufficiali del segretario Nicola Zingaretti. Al Nazareno continuano a ripetere che se i numeri non ci sono «la crisi causata da Renzi ci porta alle elezioni a giugno». Ma molti parlamentari non condividono la scelta delle urne come unica alternativa. In ogni caso, è chiaro che la mossa spetta a Conte. Dopo le parole di Tabacci, ormai non ci sono dubbi: se vuole rimanere a Palazzo Chigi deve rimettere in discussione l’attuale governo. Il fatto che si ragioni su una possibile salita al Colle prima del voto sulla giustizia non è dettato solo dal timore di uscire sconfitto dalla prova in Aula, che renderebbe a quel punto impossibile la sua permanenza alla guida dell’esecutivo. Le dimissioni del premier sarebbero anche un segnale di disponibilità a sacrificare proprio Bonafede e a liberare la casella della Giustizia. Che sarebbe la condizione posta da una pattuglia di senatori potenziali “volenterosi” Fi per confluire nella nascente quarta gamba. Con le opportune garanzie di una svolta garantista e di una legge elettorale proporzionale, tra gli azzurri la scelta di tentare una via centrista invece di sottostare all’asse sovranista con Meloni e Salvini fa gola a molti.

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