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Pressing della Ue sui debiti della Pa

di Carmine Fotina


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(Fotolia)

4' di lettura

Il pressing della Commissione europea, che sembrava sopito, si è improvvisamente rimaterializzato sotto forma della procedura di infrazione avviata nel 2014. Il 15 febbraio la commissaria Elzbieta Bienkowska ha firmato il parere motivato che contesta all’Italia il permanere di «ritardi di pagamento eccessivi da parte delle amministrazioni pubbliche». L’Italia ha tempo fino a metà aprile per comunicare alla Commissione i provvedimenti adottati per porre rimedio. L’alternativa è il deferimento davanti alla Corte di giustizia europea e l’eventuale imposizione di ammende.

LA FOTOGRAFIA IN EUROPA

Perdita sui crediti in percentuale. (Fonte: Intrum Justitia)

Perché la Ue è tornata alla carica dopo quasi tre anni? Alcune categorie industriali, soprattutto le imprese di costruzioni, hanno segnalato un riallungamento dei tempi di pagamento dopo un periodo in cui c’era stata una significativa riduzione. Quasi l’85% delle imprese del settore sostiene inoltre di avere subito almeno una prassi gravemente iniqua da parte della Pa. L’ultimo monitoraggio pubblicato dal Mef risale al 2 aprile 2016 e parla di un tempo medio di 46 giorni (come noto il recepimento della direttiva impone 30 giorni derogabili fino a 60 per la sanità e per alcune particolari imprese pubbliche). Nei primi nove mesi del 2016 il dato (non ancora pubblicato) passa a 56 giorni, un incremento - secondo il Mef - dovuto solo all’aumento delle fatture e dei relativi pagamenti registrati (nel comunicare i dati si sarebbero via via aggiunte amministrazioni meno virtuose rispetto alle prime conteggiate dal sistema). I 56 giorni - osservano al Mef - scendono a 54 giorni se il tempo medio viene ponderato per l’importo. Il tempo medio di ritardo, aggiunge il ministero, si attesta così sui 13 giorni che scendono a 9 se ponderati. I dati registrati dal sistema pubblico divergono da stime più severe di società di ricerca private, sebbene sia chiaro anche al governo che il problema dei debiti commerciali non può dirsi a tutti gli effetti risolto. Per questo il ministero dell’Economia, con il supporto dei tecnici della Ragioneria dello stato, sta studiando possibili correzioni ed integrazioni ai meccanismi di pagamento per convincere la Commissione europea in vista della scadenza di metà aprile.

Stanziamenti partiti dal 2013

L’intervento pubblico per affrontare il drammatico stock di debiti accumulati (che per quasi il 95% si presentava a carico di enti locali, province autonome e Regioni) parte nel 2013, con il decreto legge 35 che ha messo a disposizione circa 40 miliardi per il 2013 e il 2014. Con il successivo decreto 102/2013 sono stati stanziati ulteriori 7,2 miliardi per il 2013, poi sono intervenuti la legge di stabilità 2014 con 500 milioni e il decreto 66/2014 che ha messo a disposizione altri 9,3 miliardi. Nel complesso, stando all’ultimo aggiornamento Mef del maggio 2016 - sono stati pagati debiti scaduti nei confronti dei creditori per 43,7 miliardi (di cui 5,2 per rimborsi fiscali del 2013). Si tratta del 93% delle risorse effettivamente stanziate (56,3 miliardi). Da notare che le risorse erogate agli enti debitori - perché questi pagassero i loro fornitori - sono state 46,8 miliardi. Il punto è capire se, pagati i vecchi debiti, se ne creano di nuovi con la stessa velocità del passato. Il ministero dell’Economia ha spiegato che progressivamente lo stock di debito patologico (scaduto e non oggetto di contenzioso) accumulato dalle amministrazioni si è andato prosciugando. Al contrario però, nella sua ultima Relazione annuale, la Banca d’Italia stimava che nel 2015 esisteva ancora uno stock di debito pari a 35 miliardi a fronte di un debito commerciale complessivo di 65 miliardi (si era a quota 91 miliardi alla fine del 2012).

Fatturazione elettronica

Per tenere sotto controllo il fenomeno, negli ultimi anni il governo ha puntato sulla fatturazione elettronica e sulla piattaforma elettronica del Mef. Obiettivo: avere un quadro certo, “real time”, dei nuovi debiti che si accumulano. Sta funzionando? Va ricordato che le fatture elettroniche sono obbligatorie nei confronti della Pa centrale dal 6 giugno 2014 e per tutti gli altri enti pubblici dal 31 marzo 2015. La piattaforma di monitoraggio dei crediti commerciali registra il totale delle fatture trasmesse alle Pa, ma recepisce anche le informazioni sui pagamenti effettuati. Informazioni che però non possono essere complete, perché solo una parte degli enti pubblici registrati (siamo intorno a quota 22mila) è attivo nella comunicazione dei dati di pagamento (il 35% secondo l’ultimo monitoraggio di aprile 2016).

Nei primi nove mesi del 2016 le Pa censite sulla piattaforma hanno ricevuto oltre 20 milioni di fatture per un importo che supera i 113,7 miliardi. Di questi 108,7 miliardi sono effettivamente liquidabili. Le Pa infatti hanno trasmesso alla piattaforma comunicazioni per un importo pagato di 77,7 miliardi.

L’incompletezza dei dati trasmessi alla piattaforma del Mef pesa ai fini statistici per fotografare il fenomeno debiti. Perché spesso gli enti adempienti rispetto agli obblighi di informazione sono anche i più virtuosi e veloci a pagare. Se da un lato il numero e l’importo delle fatture effettivamente pagate è sicuramente superiore al dato registrato, dall’altro, anche il tempo medio di pagamento effettivo del totale delle fatture rischia di essere sistematicamente più lungo rispetto a quello stimato. Probabilmente anche questo sarà un punto chiave su cui il governo si concentrerà per rassicurare la Commissione europea.

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