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Previdenza, ancora poche le pensioni «di scorta»

Le assicurazioni puntano a favorire la diffusione delle coperture integrative, che rappresentano solo il 6% del finanziamento delle pensioni

(Adobe Stock)

4' di lettura

Solo un lavoratore su tre ha una copertura previdenziale integrativa in Italia. E solo il 6% del finanziamento complessivo delle pensioni nel nostro Paese è costituito da quelle «di scorta», contro il 50% nel Regno Unito e il 52% nei Paesi Bassi, solo per fare un paio di esempi. Il dato emerge dal Rapporto annuale presentato all’Assemblea Ania 2022, che fotografa un quadro in evoluzione, ma ancora lenta.

L’andamento delle adesioni alle forme pensionistiche complementari è infatti in crescita graduale, considerando che nel 2021 ci sono state 664mila nuove adesioni (circa 178mila in più rispetto all'anno precedente). Complessivamente, alla fine del 2021, il numero delle posizioni in essere, ossia i rapporti di partecipazione complessivamente aperti presso le forme pensionistiche, era pari a 9,7 milioni, in aumento del 4,2% anno su anno. Depurando il numero delle posizioni dalle adesioni plurime, si ottiene il numero di iscritti: 8,8 milioni di persone, in aumento del 3,9% rispetto al numero di iscritti dell'anno precedente e pari al 34,7% della forza lavoro, vale a dire dei soggetti occupati o in cerca di occupazione di almeno 15 anni di età.

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Un quadro in miglioramento, quindi, ma su cui le assicurazioni possono ancora lavorare in termini di offerta, marketing e promozione, «Per quanto riguarda le necessarie integrazioni al nostro prezioso sistema pubblico, in particolare quello previdenziale, vogliamo favorire la diffusione delle coperture integrative: a tal fine, svilupperemo iniziative mirate e innovazione di prodotto», ha confermato la presidente Maria Bianca Farina all’ultima assemblea Ania.

Emergono, comunque, segnali di criticità, legati probabilmente anche alle difficoltà economiche sopraggiunte con la pandemia e con il conseguente lockdown. Nel 2021 è infatti rilevante, essendo pari a oltre 2,4 milioni di persone, la quota di iscritti che risultano non aver versato contributi, fenomeno che ha interessato i fondi pensione aperti in misura maggiore rispetto alle altre forme. In particolare, questi iscritti hanno registrato l'aumento maggiore (6,5%) mentre l’incremento più elevato in valore assoluto (poco più di 184mila) è stato relativo agli iscritti ai fondi pensione negoziali.

Nell'ultimo triennio, comunque, la distribuzione percentuale delle posizioni in essere nelle varie forme previdenziali è rimasta sostanzialmente invariata. Nella serie storica dei contributi osservata dal 2002, la quota attribuibile alle diverse tipologie di forme previdenziali nel 2021 è risultata sostanzialmente in linea con quella registrata alla fine dell’anno precedente.

Nel corso del 2021, sui mercati finanziari si è registrata un'elevata volatilità, con un andamento delle risorse gestite nel complesso positivo. A fronte della rivalutazione del Trattamento di fine rapporto (Tfr), al 2021 al 3,6%, il rendimento medio, al netto dei costi di gestione, delle diverse linee dei fondi negoziali è risultato pari al 4,9%, quello dei fondi aperti del 6,4%, quello delle gestioni separate dei Pip (Piano individuale pensionistico di tipo assicurativo) dell'1,3% e quello dei fondi unit-linked dei Pip dell’11%.

Le risorse destinate alle prestazioni, in aumento del 7,8% rispetto al volume relativo alla fine del 2020, hanno superato i 213 miliardi, corrispondente al 12% del Pil nominale e al 4,1% del risparmio finanziario delle famiglie. L'aumento maggiore, in termini relativi, ha riguardato le risorse gestite dai fondi pensione aperti, mentre i Pip hanno registrato l’incremento più elevato in termini assoluti. I fondi preesistenti, nonostante l’aumento nel 2021 più contenuto rispetto alle altre forme e il graduale decremento della propria quota di risorse rispetto a quelle totali gestite dalle forme previdenziali, continuano a mantenere la percentuale più alta, pari a quasi un terzo del totale, di risorse patrimoniali gestite.

Fin qui il bilancio 2021. Quanto al futuro, nell’orizzonte della previdenza complementare dovrebbero ritagliarsi un ruolo i nuovi Pan-European Personal Pension Products (Pepp), che nelle intenzioni delle istituzioni europee dovrebbe affiancarsi alle forme già presenti a livello nazionale e costituire una forma di riferimento per i lavoratori che, spostandosi tra gli Stati membri, possono mantenere la stessa posizione previdenziale complessiva distinta in “sottoconti” per ciascun periodo di permanenza nei diversi Stati.

Tra le principali differenze con le forme previdenziali esistenti - nello schema di decreto legislativo, necessario per applicare il regolamento Ue sui Pepp 2019/1238 del Parlamento europeo e del Consiglio del 20 giugno 2019 – emerge che il Pepp non sarebbe però abilitato a ricevere conferimenti di Tfr. Inoltre, il decreto non prevede la trasferibilità della posizione maturata in un Pepp alle altre forme previdenziali, così come, viceversa, non si prevede la possibilità di trasferire la posizione maturata in un fondo negoziale, aperto o Pip, in un Pepp.

Dal canto suo, l’Ania ha sottolineato come le disposizioni sulle caratteristiche del prodotto delineate a livello europeo, unite al fatto che esso non è posto a livello nazionale sullo stesso piano delle altre forme previdenziali, potrebbero costituire un disincentivo alla sua commercializzazione nei Paesi come l’Italia, dove l’offerta di forme previdenziali è già piuttosto articolata. Inoltre, l’associazione ha chiesto, in sede di consultazione, di cogliere l’occasione per ammodernare la definizione prevista dal d.lgs. 252/2005 per i comparti garantiti, allineandola il più possibile a quella prevista per i Pepp. L’associazione ha chiesto infine modifiche anche di carattere fiscale, per la necessaria armonizzazione con le altre forme previdenziali.


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