ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl nodo energia

Prezzi del gas saliti dell’800%. Così l’energia è la nuova arma russa contro l’occidente

La corsa dei prezzi del metano sta riportando lo spettro della recessione in tanti Paesi. Oggi è la materia prima più volatile e un fattore chiave dell'aumento dell'inflazione globale

di Roberto Bongiorni

Von der Leyen: "Ue si prepari a tagli di gas dalla Russia"

4' di lettura

Cosa lega il lontano Sri Lanka, sconvolto in questi giorni da violente proteste per un’inflazione mai vista prima, e l’invasione dell’Ucraina? Probabilmente lo stesso fattore che sta riportando lo spettro della recessione su tanti Paesi: la corsa dei prezzi del metano. Dall’inizio del 2021 l’incremento dei futures scambiati sulla Borsa di Amsterdam ha superato l’800 per cento. Il primo grande shock del gas naturale sta dispiegando i suoi effetti in ogni angolo del Pianeta. Si poteva evitare? Domandarsi se l’Europa è davvero vittima di un conflitto che ha contribuito a far impennare di tre volte i prezzi rispetto ai valori precedenti la guerra è legittimo.

Europa in balìa dei ricatti di Putin

Si dice che l’uomo ricordi meglio, e più a lungo, le esperienze negative rispetto a quelle positive. Ma quando si parla di energia, non si può affermare lo stesso, almeno per quanto riguarda i Capi di Governo europei. Nonostante i numerosi “sgarbi” del presidente russo Vladimir Putin, e la sua comprovata propensione a utilizzare il gas come uno strumento di pressione geopolitica, è come se i Paesi europei avessero preferito chiudere gli occhi, ripetendo gli stessi errori nel corso degli anni. Non hanno investito quanto dovevano nella diversificazione degli approvvigionamenti e nei rigassificatori, anzi con 155 miliardi di metri cubi di importazioni la dipendenza energetica dei Paesi Ue da Mosca ha toccato livelli record. E oggi si ritrovano in balìa dei ricatti di Putin. Gran parte degli Stati membri vorrebbe recidere il cordone ombelicale energetico che li lega a Mosca. Anche perché uno stop totale delle forniture russe all’Europa da possibilità è divenuto una probabilità. E se accadesse, il rischio di una recessione sarebbe concreto.

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LA CORSA DEI PREZZI
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Il problema, tuttavia, è come rinunciare al gas russo in modo indolore. Una soluzione, nel breve periodo, non c'è. Eppure di segnali Putin ne aveva lanciati. A cominciare da quella prima guerra del gas scatenata contro l’Ucraina a inizio 2006. Accusando Kiev di non aver rispettato i termini contrattuali, ma in realtà volendo punirla per aver voluto sganciarsi dall’orbita russa con la rivoluzione arancione, Mosca tagliò le forniture di metano all’Ucraina per tre giorni. Il contraccolpo arrivò anche in Europa.

Nell’agosto 2008 Putin decise di invadere la regione dell’Ossezia del sud, in Georgia. Tre anni dopo, a inizio 2009, Gazprom, mise in atto la più pesante sospensione delle forniture di gas all’Ucraina, paralizzandone il comparto industriale. L’Europa si scoprì vulnerabile: 18 Paesi legati al transito del gas sul territorio ucraino subirono vigorose riduzioni degli approvvigionamenti di metano, in alcuni casi complete interruzioni.

Politica energetica Ue disordinata

A parole Bruxelles ha annunciato di voler affrancarsi dal giogo energetico russo. In pratica non è stato così. La sua politica energetica è stata disordinata. Ognuno è andato per la sua strada. La diversificazione delle rotte di approvvigionamento è andata a rilento. Gli investimenti sul gas naturale liquefatto (Gnl) furono ritenuti troppo onerosi. I Paesi che avevano realizzato nuovi gasdotti non volevano perdere l’investimento.

Nel 2014, tuttavia, due campanelli d’allarme erano suonati con forza: l’invasione russa della Crimea, con la sua successiva annessione, e la guerra in Donbass, in cui operavano mercenari e forze russe. L’invasione dell'Ucraina, scattata il 24 febbraio, poteva essere prevista in anticipo. L’Europa, invece, si è ritrovata nuda. La crisi del gas, a ben vedere, era già scoppiata prima. Con una domanda in ascesa rispetto all’offerta. Certo, una crescita esponenziale di questa misura il gas non l’aveva mai sperimentata. Giovedì il prezzo sul mercato europeo ha superato i 180 euro per megawattora. Lo scorso agosto viaggiava sui 30 euro. A inizio 2021 era meno di 20.

I rischi per il prossimo inverno

L’Europa si trova nella bufera. Il prossimo inverno rischia di esser uno dei più difficili. Eppure il primo shock petrolifero ci ha insegnato qualcosa. Quando, nel 1973, scoppiò la guerra dello Yom Kippur (scatenata dai Paesi arabi contro Israele), i membri arabi dell’Opec imposero un embargo sulle forniture di greggio agli Usa e ai Paesi occidentali che sostenevano Israele. I prezzi balzarono su valori mai visti. La crisi petrolifera portò a una recessione. Fu inevitabile. Ma la reazione del mondo occidentale, allora il maggiore consumatore di greggio, fu virtuosa. Nel 1974 fu creata l’Agenzia internazionale per l’energia, con le sue scorte di greggio, e nel 1975 le riserve strategiche americane. Il mondo cominciò a consumare meno greggio, investì nella diversificazione e intraprese la via dell’efficienza. Presa questa strada, non si torna indietro.

Putin, oggi, pare avere il coltello dalla parte del manico. Impotenti sul breve termine, i Paesi occidentali sapranno difendersi sul lungo. Oggi, uno shock petrolifero è molto meno probabile. Perché ci sono le scorte strategiche, i mercati spot si sono ingranditi, il 60% dei consumi mondiali di greggio viaggia sulle petroliere. E le navi, al contrario dei gasdotti, possono cambiare rotta con facilità.

Il mercato del gas è più rigido. Solo il 13% delle forniture mondiali è fornito da navi cisterna che trasportano Lng. Il resto è metano che transita dai gasdotti, infrastrutture molto costose, redditizie sul lungo termine per chi li realizza, e bisognose di contratti pluriennali.

Prima dell’invasione dell’Ucraina, l’Europa importava quasi il 90% del suo fabbisogno di gas. Di questo volume il 40% proveniva dai gasdotti russi. Oggi i Paesi europei stanno correndo ai ripari gettandosi sui mercati spot, diversificando le fonti, costruendo rigassificatori. Gli sforzi non saranno sufficienti. Secondo Bloomberg Intelligence entro il 2026 l’import di Gnl potrebbe soddisfare il 40% del fabbisogno di gas europeo. Il doppio del 2021, ma ben al di sotto del volumi che la Russia ha fornito. Oggi Putin vince. Domani, però, potrebbe pentirsi.

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