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Prezzi alla produzione, nuova impennata ad agosto

In media +40% per colpa dell’energia (più che raddoppiata). Nella manifattura quasi ovunque aumenti a doppia cifra.

di Luca Orlando

(IMAGOECONOMICA)

2' di lettura

Uno sguardo alla curva è sufficiente. Con le oscillazioni passate a trasformarsi in blande increspature attorno alla parità, eclissate dell’impennata avviata a metà dello scorso anno e che ancora non pare presentare alcun punto di flesso.

Anche i dati di agosto confermano dal lato dei prezzi alla produzione la fase straordinaria affrontata dalle imprese, con i rincari dell’energia a rappresentare l’epicentro di un sisma che si propaga ad ogni settore, quasi sempre coinvolto con rincari a doppia cifra.

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Gli aumenti continui dei listini raccontati dagli imprenditori si ricompongono in un quadro di sistema preoccupante, che ad agosto vede nelle rilevazioni Istat in media i prezzi alla produzione crescere su base annua di oltre il 40%.

Volata visibile anche nel confronto mensile (+2,8%), anche in questo caso per effetto soprattutto dell’energia, che smentendo ogni riscontro storico precedente, ha visto ad agosto nuove fiammate di prezzo nonostante i consumi ridotti.

Per l’energia il rincaro su base annua è infatti del 159%, il che significa per le aziende pagare in media due volte e mezzo ciò che si acquistava l’anno precedente.

Energia che sbilancia le medie anche nel confronto tra mercato interno (in corsa decisa, + 50,5%) ed estero (+12,5%), dove in realtà le distanze nella manifattura a perimetro omogeneo sono molto meno marcate. Con aumenti di quasi 15 punti in Italia e di 12,5% oltreconfine.

Chimica, gomma-plastica, metallurgia e legno-carta sono le aree in cui si registrano gli aumenti maggiori, ampiamente a doppia cifra. Mentre situazioni un poco meno tese si trovano per farmaci, elettronica e mezzi di trasporto.

Scatto a doppia cifra dei listini tra imprese che è alla base della corsa del fatturato, in crescita molto più ampia rispetto alla produzione, quasi ferma nella media della manifattura nel 2022. Nei primi sette mesi dell’anno invece i ricavi aziendali crescono di quasi il 20% (17,5% escludendo l’energia) ma guardando ai soli volumi il progresso è solo di qualche punto percentuale.

L’anomalia assoluta della situazione è del resto ben visibile guardando alle sensazioni delle imprese nei confronti dei mercati esteri. Se prima della crisi Covid erano solo 12 imprenditori su cento a vedere ostacoli all’export per effetto di costi o prezzi troppo elevati, oggi quel valore è arrivato quasi al livello triplo. E infatti non stupisce la previsione delle aziende in rapporto agli ordini o alla produzione, che tornano ad essere negative come non accadeva rispettivamente da novembre 2020 e gennaio 2021.

Il tema di fondo, in particolare sui mercati esteri, riguarda la tenuta delle quote di mercato a fronte di shock asimmetrici, tenendo conto che le variazioni dei prezzi dell’energia non sono omogenee in tutti i paesi. Ad aiutare le imprese in questa fase è però il dollaro, la cui rivalutazione offre margini aggiuntivi di manovra sui listini: anche lasciando invariati i prezzi in dollari, in termini di euro si incassa al momento il 20% in più rispetto a quanto accadeva un anno fa.

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