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Prezzi-salari, la spirale oggi sarebbe peggio che negli anni ’70

Quando il governatore Visco nelle sue Considerazioni finali ha esortato a «contrastare vane rincorse tra prezzi e salari», a chi ricorda la storia del nostro Paese è subito venuta in mente la spirale inflazionistica che si materializzò negli anni Settanta anche a causa dell’indicizzazione salariale

di Donato Masciandaro

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3' di lettura

Quando il governatore Visco nelle sue Considerazioni finali ha esortato a «contrastare vane rincorse tra prezzi e salari», a chi ricorda la storia del nostro Paese è subito venuta in mente la spirale inflazionistica che si materializzò negli anni Settanta anche a causa dell’indicizzazione salariale. Ma poiché non tutti hanno un tale ricordo, non fosse altro che per ragioni di età, è utile ricordare perché la spirale tra prezzi e salari è un rischio da non correre, soprattutto oggi, in presenza di una Banca centrale europea
e di un alto stock di debito pubblico.

Il periodo da ripercorrere è quello segnato dall’accordo sulla cosiddetta “scala mobile” del 1975, in cui di fatto entrava in vigore in Italia un meccanismo di adeguamento automatico dei salari alla variazione dei prezzi al consumo, a cui seguì un periodo di inflazione che superò il 20 per cento. È molto interessante e bello rileggere oggi le analisi che quel periodo ebbero come oggetto, a opera di Modigliani e Padoa Schioppa, di Giavazzi e Spaventa, della Banca d’Italia di Baffi, di Monti, Sylos Labini e Tarantelli, ma anche con i contributi, sul «Giornale degli Economisti», di allora giovani studiosi, come Alesina ed Opromolla.

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Come riassumerle? L’indicizzazione dei salari all’inflazione aveva due finalità macroeconomiche. Da un lato, vi era un obiettivo di stabilizzazione: neutralizzando l’effetto dell’aumento dei prezzi sui salari reali, si voleva mantenere costante il potere d’acquisto, quindi ridurre i rischi di una caduta della domanda, con i suoi effetti depressivi sulla produzione e sull’occupazione. In parallelo, vi era un obiettivo redistributivo: ridurre la dispersione del reddito, per proteggere i lavoratori meno abbienti. I dati purtroppo raccontarono una storia diversa: l’inflazione prese a galoppare, l’economia entrò in recessione, aumentò la disoccupazione, i salari reali caddero, tutto a danno soprattutto delle fasce più deboli. La spiegazione data può essere sintetizzata: quando si verifica un shock negativo che colpisce i costi delle imprese, bloccare in modo permanente e automatico il salario reale può diventare un catalizzatore di aumenti crescenti dei prezzi, e in parallelo di caduta della produzione: l’effetto finale è la stagflazione. Attenzione al punto di partenza: un aumento inatteso dei costi di produzione è quello che sta colpendo oggi l’area euro, prima per l’effetto della recessione pandemica, poi per lo shock bellico causato dall’aggressione russa all’Ucraina. Se oggi esistesse un meccanismo automatico come quello in vigore negli anni Settanta, il rischio spirale potrebbe così materializzarsi: l’aumento dei costi delle materie prime si intreccia con quello automatico dei salari; le imprese, nel definire prezzi e produzione, scaricano i maggiori costi in parte in ulteriori aumenti dei prezzi al consumo, in parte in riduzione di produzione
e di occupati, e così via. Si noti che è sufficiente che ci siano aspettative che questa spirale si verifichi, perché essa si possa mettere effettivamente in moto. Se a questa catena di trasmissione, aggregata e semplificata, si aggiunge il fatto che nella realtà è improbabile
che i meccanismi di indicizzazione siano sistematici e omogenei, è evidente che una ipotetica scala mobile diverrebbe un meccanismo perverso che allontana le buone finalità per cui sarebbe stata concepita: efficienza ed equità.

Non basta: rispetto a ieri, il rischio destabilizzante di una spirale tra prezzi e salari sarebbe più alto per il combinato disposto di due fattori. Da un lato, negli anni Settanta il disegno della politica della tassazione e della spesa pubblica consentì di aggirare il vincolo rappresentato dalla scala mobile sull’apparato produttivo: era già iniziata, per poi proseguire negli anni, quella crescita tendenziale della politica del deficit e del debito pubblico che ben conosciamo. Oggi lo stock di debito pubblico è già a livelli elevati. In parallelo, una politica monetaria accomodante e una svalutazione sistematica della lira accompagnarono l’indisciplina fiscale. Oggi abbiamo l’euro e la Bce.
E allora qual è l’alternativa al rischio spirale? «Interventi di bilancio di natura temporanea, e calibrati con attenzione all’equilibrio delle finanze pubbliche». È sempre Visco che parla.

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