le cordate in campo per l’ilva

Prezzo più pesante per ArcelorMittal

di Matteo Meneghello

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(Ansa)


3' di lettura

ArcelorMittal prova lo scatto sul dossier Ilva. Secondo una prima ricostruzione, l’offerta di Am Investco Italy - la joint venture tra il gruppo Marcegaglia e la multinazionale controllata dalla famiglia Mittal in gara per rilevare gli asset dell’Ilva in amministrazione straordinaria - risulterebbe, nella parte economica, superiore di oltre il 20 per cento a quella presentata da AcciaItalia, l’altra cordata in gara, composta da Jsw, Arvedi, Cdp e Delfin. Lo confermano fonti vicine ai due dossier.

L’aspetto economico è solo uno degli elementi di giudizio nella gara ma, almeno su questo punto, la distanza sembra ampia. Nei giorni scorsi, a questo proposito, il presidente della Regione Puglia Michele Emiliano ha dichiarato di temere che la scelta possa avvenire proprio sul prezzo. I commissari dell’Ilva hanno circa un mese di tempo per analizzare in maniera approfondita le due offerte, sia dal punto di vista industriale-occupazionale che economico.

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In caso di vittoria Am Investco Italy si prepara ad accogliere in capitale anche Banca Intesa, secondo i termini di una lettera d’intenti siglata nei giorni scorsi. La cordata , come ha recentemente ricordato il manager di ArcelorMittal, Geert Van Poelvoorde, resta «aperta a chiunque sia interessato»: questo significa, in linea di principio, che nell’eventualità di un’aggiudicazione non siano impossibili ulteriori ingressi nel capitale di Am Investco Italy, anche di soci industriali italiani, con alcuni quali il dialogo pare resti aperto.

Il confronto tra Am e AcciaItalia si gioca, oltre che sul prezzo, anche sulle diverse scelte strategiche legate al mix produttivo. AcciaItalia punta anche sull’utilizzo di preridotto (direct reduced iron, in sigla dri), per mitigare l’impatto ambientale dell’acciaieria. L’anno scorso in Italia sono stati importati 1,2 milioni di tonnellate di Hbi, l’hot bricketed iron, vale a dire il dri compattato per essere idoneo alla spedizione e allo stoccaggio.

«Il preridotto è una tecnologia consolidata: non lo è, per ragioni storiche in Europa o in Italia, ma certamente non si tratta di una tecnica sperimentale» ha spiegato Carlo Mapelli, docente di metallurgia al Politecnico di Milano, durante un convegno organizzato da Siderweb -. Oggi esiste un solo impianto di produzione in Europa, per di più di taglia piccola (600mila tonnellate). Sul costo di produzione del preridotto (oggi pari a 244 euro alla tonnellata) incide soprattutto il prezzo del gas, è questa è la stessa ragione per cui è conveniente oggi installare impianti per il dri nei paesi con prezzi di approvvigionamento del gas naturale competitivi. «Con il dri - prosegue Mapelli - è possibile ripulire la carica di rottame da rame e stagno, oltre che da zinco, ottenendo una carica il più possibile vergine».

Il 2016 è stato l’anno della svolta per i prezzi delle materie prime siderurgiche: dopo un’evoluzione declinante tra il 2011 ed il 2015, all’inizio dello scorso anno si è originata una parabola ascendente delle fluttuazioni. A seguito di un crollo tra il 60% ed il 63%, allo scorso febbraio l’Hbi aveva recuperato il 69%, il rottame europeo l’81,5%, il basic pig iron (la ghisa) il 103% del proprio prezzo. La fase di rialzo delle quotazioni sembra ora destinata a rallentare. Ne è esempio l’andamento del coking coal, la cui quotazione dopo una fiammata del 289,1% rispetto ai minimi è crollata improvvisamente del 47%. Nel secondo semestre del 2017 si attende una flessione dei prezzi, di pari passo con la possibile contrazione della domanda cinese che aveva trainato il rally delle materie prime insieme al ritorno della finanza internazionale nelle commodity industriali.

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