Opinioni

Prima bisogna evitare il collasso, poi va rilanciata la produttività

Nell’ultimo decennio abbiamo tolto troppe risorse a sanità, scuola, ricerca e reti

di Gianni Toniolo


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(AobeStock)

3' di lettura

Nei mesi che seguirono l’“ora più buia” del Regno Unito, recentemente evocata dal presidente del consiglio, i razzi V1 diffondevano morte e paura su Londra, sola a lottare contro la Germania nazista padrona d’ Europa. Le probabilità di vincere sembravano esigue. In quella drammatica situazione, una settimana era un tempo eterno per il governo e lo stato maggiore. Eppure c’era chi già pensava a programmare il dopoguerra. John Maynard Keynes e il suo gruppo di economisti disegnavano il futuro sistema monetario internazionale. Una commissione reale lavorava al Rapporto Beveridge (1942), la carta fondamentale del welfare state postbellico.

Quella attuale non è l’ora più buia della nostra storia. Abbiamo attraversato tunnel più scuri e dovrebbe incoraggiarci il pensiero che spesso l’Italia ha saputo uscirne. Quella che stiamo vivendo è, comunque, una crisi gravissima. Sarà ricordata come un passaggio epocale per il nostro Paese. Sta a noi farne un’occasione di ricostruzione e rinnovamento, superata l’emergenza. Le manifestazioni corali di solidarietà con il personale sanitario, le bandiere tricolori che vedo affacciandomi alla finestra sono un segnale incoraggiante. Per uscire bene, migliori, da questa tragedia sono necessarie due cose: mobilitare, senza sprecarle, tutte le risorse necessarie a fronteggiare l’emergenza e preparare subito un programma per il rilancio del Paese dopo la sconfitta del virus, come fecero i britannici sotto le bombe tedesche.

Nell’immediato, i miliardi stanziati – che, non dimentichiamolo, si aggiungeranno al nostro elevatissimo debito – vanno spesi per evitare l’infarto del sistema economico, sostenendo il reddito di chi lo perde, con attenzione al «sottobosco» virtuoso del quale parla Innocenzo Cipolletta (Il Sole 24 Ore, 15 marzo), e dando alle imprese la liquidità sufficiente a fare fronte alla caduta della domanda e alla rottura della catena del valore. Sarà decisiva la rapidità con la quale queste risorse raggiungeranno i destinatari. Sarebbe, invece, improprio usarle per affrontare adesso problemi che marciscono da anni.

Si tratta, poi, di pensare subito al rilancio dell’economia italiana non appena tornata la normalità. Per farlo in modo realistico, è indispensabile partire dalla constatazione, a tutti nota ma poco presente nel discorso pubblico, che l’Italia è arrivata all’appuntamento con la pandemia con un organismo indebolito da un quarto di secolo di ristagno economico e da un debito pubblico ostinatamente sopra il 130% che, oggi come nel 2008, non consente un uso adeguato della spesa pubblica in disavanzo per mitigare recessioni e affrontare emergenze. Un ristagno così lungo e un debito costantemente tanto elevato, sono entrambi senza precedenti nella storia economica del nostro o di altri Paesi industrializzati. Il rilancio della crescita della produttività e, quindi, dei redditi dovrà essere l’obiettivo primario della politica post-coronavirus, sperando che l’esperienza di questi tragici mesi stimoli l’indispensabile conversione culturale e politica rispetto a quella prevalente negli ultimi decenni.

L’emergenza che viviamo mostra che, soprattutto dopo il 2008, abbiamo sottratto troppe risorse alla sanità, alla scuola, alla ricerca, che l’interconnessione di rete è spesso debole e non sufficientemente diffusa, che non è stato saggio mandare in pensione medici perfettamente capaci. Ci mostra anche i limiti di un sistema di welfare squilibrato. Va ripensata la composizione, forse non la dimensione, della spesa pubblica gestita in un quadro di stabilità finanziaria sancito da un patto tra tutte le forze politiche che rassicuri gli investitori italiani e stranieri.

Per gli investimenti pubblici si possono approfondire schemi di finanziamento innovativi, anche eccezionali come quelli proposti da Mario Monti e Ferruccio de Bortoli, tali da non pesare sul rifinanziamento del debito, lavorando al tempo stesso – senza antagonismi controproducenti – con l’Unione europea per accrescere i suoi investimenti nelle infrastrutture materiali e immateriali e nel Green deal. Soprattutto, però, sono indispensabili investimenti privati, italiani e stranieri, che latitano per l’incertezza sulla sostenibilità del debito, per l’instabilità nel tempo degli impegni presi da passati governi, per la farraginosità burocratica, per i veti incrociati, per l’incertezza del diritto.

Questi sono solo piccoli spunti per un’agenda oltre l’emergenza. Chi li può sviluppare? Keynes lavorò con il Tesoro assistito da economisti di Cambridge e Oxford. Beveridge, direttore della London school of economics, presiedette una commissione di esperti. Nell’Italia di oggi non mancano persone e istituzioni in grado di gettare autorevolmente lo sguardo oltre l’emergenza disegnando un programma di medio-lungo termine: la Banca d’Italia, il ministero dell’Economia, università di prestigio internazionale. Lo facciano, nella speranza non infondata che lo shock di questi mesi generi una reazione vitale che stimoli partiti e attori sociali a rompere l’immobilismo culturale e politico che ha caratterizzato il lungo sonno del declino italiano.

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