cabina di regia

Primi frutti del lavoro con le autorità locali

di A.N.

(ANSA)

3' di lettura

In parallelo al vertice di Parigi, il ministro degli Interni Marco Minniti ha incontrato ieri a Roma i ministri degli Interni dei Paesi africani coinvolti in questo tentativo di gettare le basi di un nuovo rapporto tra Europa e Africa: Chad, Italia, Niger, Libia, Mali. Si è trattato della seconda riunione di questa “cabina di regia” che ha l’obiettivo di rafforzare la capacità di controllo dei confini marittimi e tererstri, di condurre l’azione di contrasto al terrorismo e ai trafficanti; di costituire una task force ad alto livello tra le forze di sicurezza; di sostenere ogni iniziativa in favore dello sviluppo di un’economia locale alternativa a quella collegata ai traffici illeciti, individuando progetti di sviluppo e canali di finanziamento; infine di coinvolgere maggiormente Oim e Unhcr (l’Organizzazione internazionale per le migrazioni e l’agenzia dell’Onu per i rifugiati) per realizzare in Niger e Chad centri di accoglienza per migranti irregolari, uniformandoli agli standard umanitari internazionali.

La collaborazione, novità politicamente rilevante, si appoggia sugli accordi e le intese raggiunte negli ultimi mesi tra il governo italiano, con il ruolo centrale del ministro Minniti, e quattordici tra sindaci e leader locali distribuiti lungo le rotte migratorie in Libia.

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Gli ultimi colloqui diretti a Roma e Tripoli hanno visto personaggi influenti quali i sindaci di Sabratha, Zuwara, Bani Walid, Sebha, Ghat. Si tratta di località fondamentali, sia sulla costa ma soprattutto nel cuore del deserto del Fezzan, dove lo stesso governo di Tripoli ha pochissima, se non nessuna, influenza.

Il fatto nuovo è che sulla costa arriva molta meno gente. Il deterrente funziona. La Libia non è più appetibile come trampolino di partenza per l’Italia e la migrazione viene ora fermata già nel deserto. Il lavoro dunque si fa per mare ma anche tanto su terra, tramite gli accordi con sindaci (muktar) e capi locali. Una situazione che ha come conseguenza diretta la diminuzione degli scontri a fuoco tra scafisti e motovedette libiche. L’ultimo pare sia avvenuto al largo di Sabratha ai primi di luglio.

L’altro aspetto della vicenda è il fenomeno della nuova collaborazione tra coloro che sino a ieri partecipavano (arricchendosi) al grande business dell’emigrazione con i guardiacoste e le autorità legate al governo di Fajez Sarraj, che invece oggi proprio quell’emigrazione vogliono bloccare con l’aiuto e i finanziamenti italiani e dell’Unione Europea.

I respingimenti che negli ultimi tempi venivano fatti in mare, adesso sono effettuati anche sulla terra. E infatti pare che il gruppo stia cercando sostegno proprio dalle autorità di Tripoli. I dati del resto parlano chiaro. Quella che stava diventando l’attività più redditizia del Paese, tanto da competere persino con l’indotto generato dall’export di petrolio e gas, oggi è in piena crisi.

Sulle spiagge di Sabratha e gli altri punti caldi della costa occidentale libica sono noti come «Brigata 48». Il vero terrore dei migranti, che dopo mesi e mesi di sofferenze sul calvario delle rotte verso l’Italia, si vedono bloccare la strada da uomini armati proprio a ridosso delle spiagge: li rinchiudono nei campi di detenzione, requisiscono le barche, impediscono la via del mare con le armi in mano. Secondo i corrispondenti a Tripoli della Reuters, questo «gruppo armato» si sarebbe riconvertito abbastanza di recente. Alcune centinaia tra miliziani, militari e agenti di vario tipo oltre a non meglio identificati «civili», si sarebbero uniti proprio in questa cittadina a 70 chilometri a ovest di Tripoli con l’obiettivo specifico di «lavorare sul territorio, lungo le spiagge, per impedire ai migranti di imbarcarsi per l’Italia». (Alberto Negri)

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