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Primi passi verso la certificazione dei quattro manager della mobilità

di Gian Primo Quagliano


4' di lettura

Il 15 febbraio è stata pubblicata dall’Uni (l’Ente italiano di normazione) la prassi di riferimento UNI/PdR 35:2018 che raccoglie prescrizioni relative a prassi condivise all’interno dell'Aiaga (l’associazione degli acquirenti e gestori di auto aziendali) sui profili professionali della mobilità aziendale. L'obiettivo è definire i requisiti di conoscenza, abilità e competenza necessari per gestire la mobilità aziendale in vista anche di una possibile certificazione volontaria (ai sensi della legge 4 del 14 gennaio 2013).

Come tutte le prassi di riferimento, è disponibile per un periodo non superiore a 5 anni, tempo massimo entro il quale può essere trasformata in un documento normativo Uni (o essere ritirata).

Il tavolo di lavoro con l’Uni ha provato a tratteggiare il profilo delle quattro professioni che, all’interno delle aziende, presidiano la mobilità: il fleet manager, che gestisce la flotta aziendale, il travel manager, che si occupa dei viaggi del personale senza l’uso di auto aziendali, il mobility manager, che gestisce la mobilità casa-lavoro, e il corporate mobility manager che coordina l’attività delle altre tre figure professionali.

Per citare le parole di Giovanni Tortorici, presidente di Aiaga, di corporate mobility manager se ne vedono pochissimi in giro e quasi nessuno in Italia. Peccato, perché sarebbe forse il profilo più completo e adatto ai bisogni di un’azienda.

La figura del travel manager, invece, è presente in quasi tutte le grandi realtà aziendali, per organizzare i viaggi del personale. Il fleet manager si è prepotentemente affermato in parallelo con la diffusione delle flotte di auto, che, quando hanno una certa consistenza, necessitano di personale dedicato con un’adeguata professionalità per la gestione tecnica ed economica della flotta e con specifiche competenze per gestire un centro di costo che spesso è molto importante.

Il mobility manager è una figura prevista dal decreto 27 marzo 1998 del ministero dell’Ambiente e dovrebbe esistere in tutte le imprese e gli enti con singole unità locali con più di 300 dipendenti e nelle imprese con più di 800 addetti ubicate in comuni a rischio di inquinamento atmosferico. L’obiettivo sarebbe quello di razionalizzare la mobilità casa-lavoro dei dipendenti, che è una delle maggiori cause della congestione del traffico e del conseguente inquinamento. L’obbligo è però in larghissima misura disatteso e, secondo le ultime stime, in Italia i mobility manager sono meno di mille.

Con le quattro figure professionali di cui abbiamo detto (che nelle piccole realtà possono anche cumularsi in una o due persone) vi sono le potenzialità non solo per gestire in maniera efficace la situazione esistente della mobilità aziendale, ma anche per affrontare le sfide degli ultimi anni e di quelli che verranno, in cui si annunciano grandi novità tecnologiche ed organizzative.

Per quanto riguarda le flotte aziendali, il passaggio dalla proprietà delle vetture al noleggio è in gran parte già avvenuto e si stanno ora diffondendo soluzioni legate all’affermarsi della sharing economy, come il car sharing, che prevede l’utilizzo di una stessa auto da più soggetti in tempi successivi, il car pooling, che comporta l’uso contemporaneo di persone che devono coprire uno stesso percorso, e infine il ride sharing (cioè soluzioni tipo Uber).

La mobilità condivisa si sta già diffondendo e può essere gestita all’interno dell’azienda con il supporto di app o con servizi offerti da terzi. La sfida innovativa che porterà una rivoluzione nella mobilità aziendale è però quella della cosiddetta mobility as a service (MaaS). Si tratta di un insieme di soluzioni, di cui esistono già alcuni esempi, che offrono una piattaforma telematica che consente di organizzare un viaggio utilizzando eventuali mezzi aziendali, tutti i possibili mezzi pubblici, le strutture alberghiere, i ristoranti e tutto quello che può servire. Naturalmente il tutto scegliendo l’itinerario, prenotando e pagando tutti i servizi che servono per partire dall’azienda o dalla propria abitazione ed arrivare a destinazione. In un futuro non molto lontano, quindi, si potrà, ad esempio, utilizzando uno smartphone, programmare un viaggio da Gorgonzola, in provincia di Milano, ad Orange, dalle parti di Sidney in Australia, e ricevere in un colpo solo tutti i documenti di viaggio, le informazioni e le prenotazioni che servono. È del tutto evidente che con una possibilità di questo tipo il mondo della mobilità aziendale (ma anche dei privati) sarà interessato da una autentica rivoluzione, che dovrebbe essere gestita dai mobility manager. Come gestire questo mondo, sotto il profilo dei costi?

«Limitandoci all’aspetto dei costi, i gestori di flotte – fa notare Tortorici - hanno da poco acquistato familiarità con il Tco (Total cost of ownership) che è l’insieme di tutti i costi di un’auto aziendale. Ora il mondo della mobilità aziendale dovrà imparare a calcolare il Tcm (Total cost of mobility) che è il costo totale della mobilità, con un cambio di paradigma in quanto non si farà più riferimento a un’auto, ma a una persona che viaggia. E questo è soltanto un aspetto del problema perché il cambiamento interesserà tutto lo scenario della mobilità».

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