elezioni siciliane

Primi segni di ripresa dell’economia siciliana, ma il rilancio è lontano

di Nino Amadore


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(Marka)

4' di lettura

C’è chi dice che il malato risponde alle cure e migliora costantemente. Chi, invece, contesta la diagnosi e le cure e vede un malato in stato comatoso. Difficile pertanto dire con assoluta certezza quale sia lo stato di salute dell’economia siciliana in questo momento anche perché l’analisi dei dati deve necessariamente fare i conti con tutta l’area del sommerso , con l’altra faccia della luna fatta di lavoro nero, piccoli e grandi artifizi per scansare il fisco o altro: secondo alcune stime il nero vale poco più del 40% del sistema economico siciliano.

Stando ai dati ufficiali e alle previsioni dei centri di ricerca l’economia siciliana è in netto miglioramento con una crescita, ha spiegato recentemente Adam Asmundo nell’ultima edizione del rapporto congiunturale della Fondazione Res, «sostenuta soprattutto dalla domanda interna, in un positivo clima di fiducia che alimenta i consumi delle famiglie, la produzione e gli investimenti produttivi, nonostante le crescenti disparità nella distribuzione del reddito e della ricchezza. I dati su forze di lavoro e occupati segnalano un positivo aumento della manodopera utilizzata in agricoltura e nei servizi, a fronte dell’affacciarsi sul mercato del lavoro di persone precedentemente non occupate, un indicatore di fiducia non trascurabile, soprattutto tra i giovani». In generale si può dire che la Fondazione Res ipotizza una crescita del Pil per il 2018 dell’1,5 per cento. Con tutti gli indicatori economici, sostiene la Fondazione Res, moderatamente positivi: dalle esportazioni ai consumi, con la disoccupazione che dovrebbe scendere al 20,9% nel 2017 e al 20,6% nel 2018.

Tutto bene dunque? L’isola è diventata all’improvviso la Bengodi dell’economia italiana? Assolutamente no. Perché i nodi restano, eccome.  Ne ha enumerati alcuni il presidente di Sicindustria Giuseppe Catanzaro nel corso dell’assemblea degli industriali siciliani all’inizio di luglio: dalla deresponsabilizzazione della burocrazia regionale che spesso blocca sine die investimenti strategici, alle grandi potenzialità delle somme stanziate con il Patto per il Sud, alla necessità di attrarre nuovi investimenti. Ma soprattutto Catanzaro ha lanciato un appello: «La campagna elettorale non blocchi lo sviluppo Affinché le linee di sviluppo abbiano un effetto duraturo è necessario, però, che la programmazione individuata non muti con i governi che cambiano e che ci sia una chiara visione del futuro. La campagna elettorale, troppo spesso, diventa il limbo per imprese e cittadini. In questo senso auspichiamo che fino al giorno delle prossime elezioni regionali, governo, parlamento siciliano e amministrazione regionale continuino a lavorare per sostenere gli investimenti pubblici e privati. Occorre sottrarre le azioni per la crescita economica alla competizione elettorale. Fatti e non polemiche: è una necessità». Come dargli torto.

Secondo un dossier del ministero dell’Economia, poi, nella regione sono a rischio 5.500 posti di lavoro nelle dieci vertenze ancora aperte che riguardano altrettante imprese. Ma a queste vanno aggiunte tante altre piccole vertenze, soprattutto nel settore del commercio, che fanno lievitare di molto il numero dei posti di lavoro a forte rischio nei prossimi mesi. Per non parlare dell’edilizia, settore che è stato massacrato dalla crisi: : «C’è un lungo elenco di opere da avviare – dice il presidente dell'Ance Sicilia Santo Cutrone- . Chiediamo a tutte le forze politiche di adottarle nel proprio programma come priorità dell'agenda del prossimo governo regionale. Il settore edile, colonna portante dell'economia siciliana, in questi ultimi dieci anni ha perso oltre centomila posti di lavoro perché chi ha governato non è stato capace o non ha avuto la volontà di porre in gara 437 opere pubbliche cantierabili per circa 3,8 miliardi di euro censite dall'Osservatorio di Ance Sicilia e cosiddette in ‘standby'.

Per non parlare, infine, di 758 milioni di euro delle opere di depurazione finanziate dalla delibera Cipe numero 60 del 2012 e non ancora poste in gara, per cui la Commissione europea ha chiesto che sia applicata all’Italia una sanzione forfettaria di circa 63 milioni di euro e una sanzione giornaliera di circa 347 mila euro: per inciso 51 degli 80 Comuni coinvolti sono siciliani. In totale le opere a nostro giudizio quelle che possono essere avviate entro la fine dell'anno superano l’importo complessivo di 2 miliardi di euro».

Anche perché l’edilizia è uno dei settori che ha più urgenza di cure. Secondo Banca d’Italia «Dopo i segnali positivi del 2015, l'attività del comparto edile è tornata a flettere. Il valore aggiunto, che l'anno precedente era cresciuto del 4,1 per cento, nel 2016 si è ridotto dell'1,3 secondo le stime di Prometeia; la stessa dinamica ha caratterizzato l'andamento degli occupati e quello delle ore lavorate segnalate alle casse edili siciliane. Il calo dell'attività è stato diffuso sul territorio regionale e si è concentrato nella seconda parte dell'anno». Sempre secondo Banca d’Italia nel 2016 le cose non sono andate benissimo né per l’agricoltura né per l’industria: nel primo caso la produzione agricola è diminuita mentre le vendite all'estero di prodotti agricoli siciliani hanno mantenuto l'andamento positivo che ha caratterizzato l'ultimo quadriennio.

Per quanto riguarda l'industria in senso stretto, dopo il recupero del 2015, che aveva interrotto quattro anni consecutivi di calo, nel 2016 l’attività del comparto industriale ha ristagnato: «Nel confronto con la media italiana, in cui secondo i dati dell'Istat si è avuto un aumento, il risultato della Sicilia ha risentito anche della diversa specializzazione produttiva, in particolare del basso peso dei comparti metallurgico e dei mezzi di trasporto, che hanno trainato la crescita nazionale».

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