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Primo bilancio della Berlinale: il più bello è il Ligabue di Diritti

È bello il film sul pittore e scultore interpretato da Germano. Bene anche Garrel, mentre Zhangke parla della Cina sotto scacco del coronavirus

di Cristina Battocletti

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Elio Germano in «Volevo nascondermi» di Giorgio Diritti

È bello il film sul pittore e scultore interpretato da Germano. Bene anche Garrel, mentre Zhangke parla della Cina sotto scacco del coronavirus


4' di lettura

Il Ligabue, che Giorgio Diritti porta in concorso della 70esima edizione della Berlinale, appare inizialmente sotto forma di pupille mobilissime nei buchi di un manto nero. La macchina da presa sceglie di mostrare tutte e due le prospettive, quella di Elio Germano, che interpreta con frenesia e tenerezza la figura del pittore e scultore svizzero di origini italiane, e quella dello psichiatra che lo esamina. E il titolo, Volevo nascondermi (dal 27 febbraio nei cinema), è emblematico di ciò che il regista bolognese vuole restituire: una biografia non necessariamente fedele ai fatti, ma emotivamente significativa di un artista segnato da sofferenze fisiche e psichiche, dall'abbandono da parte dei genitori biologici e adottivi, al rachitismo, al ricovero psichiatrico, allo scherno della comunità, alla fame, al freddo.

La prospettiva di Diritti, che ha firmato anche la sceneggiatura assieme a Tania Pedroni, non è quella del geniale freak, quanto quella di un individuo che lotta per affermare la propria identità attraverso l'arte. Così ce lo porge infatti Elio Germano, aiutato da lunghissime sedute di trucco prostetico, mentre interpreta sulla tela e con i movimenti corporei il mondo degli animali che a Ligabue è più caro di quello degli uomini , mentre si accascia colpito dalla misofonia, mentre assapora la rivalsa sociale del successo. È pulsante il mondo agreste che circonda il pittore, grazie anche alla fotografia calda di Matteo Cocco. Diritti ha già dimostrato di sapere interpretare l'universo contadino ne Il vento fa il suo giro (2005) e ne L'uomo che verrà (2009). Interessante il montaggio di Paolo Cottignola e Diritti soprattutto nella prima parte, in cui l'infanzia disturbatissima e frammentata dell'artista è ricostruita attraverso flashback, che danno il senso della dispersione e dell'angoscia. Sincera, univoca, necessaria la recitazione di Germano (che sarà anche in un altro film italiano in concorso, Favolacce, dei fratelli D'Innocenzo), candidato a buon diritto a un premio omologo a quello ricevuto per la migliore interpretazione a Cannes ex equo con Bardem per La nostra Vita (2010) di Daniele Luchetti.

A inaugurare la sezione Encounters per gli esordienti e i linguaggi sperimentali, una delle invenzioni del nuovo direttore Carlo Chatrian, è stato Cristi Puiu, autore di culto della nouvelle vague rumena, assieme a Cristian Mungiu e Corneliu Porumboiu. Malmkrog è una pellicola assai diversa dalle sue notevoli precedenti, La morte del signor Lazarescu (2005) e Sieranevada (2016). Puiu ha realizzato l'azzardo cinematografico di tradurre un libro filosofico, I tre dialoghi e il racconto dell'Anticristo di Vladimir Solov'ëv, in una discussione di trecento minuti tra un politico, una contessa, un generale russo e sua moglie. Lunghi piano sequenza in una dimora nobiliare, frammentati in capitoli, seguono le parole degli attori in costume sulla morte, la moralità, l’anticristo, il progresso, la religione e la storia. Puiu mette alla prova l’attenzione dello spettatore, ma lo scopo di Encounters è provocare e sovvertire. Puiu ci è riuscito rovesciando i canoni della velocità e del montaggio sincopato con la mano del maestro. Sfida vinta, ma la collocazione sul mercato sarà difficile.

Jia Zhangke torna al documentario dopo dieci anni, portando negli eventi speciali Swimming Out Till the Sea Turns Blue, ultimo capitolo della trilogia sulle arti in Cina. Parte dalla sua regione di origine, lo Shanxi, già scenario di molte sue opere di finzione, narrata dalla voce di quattro scrittori. Ma travalicando il cinema, il regista de Il tocco del peccato (2011) ci riporta all’attualità, spiegando la fatica di ultimare il montaggio in un Paese in quarantena per il coronavirus, dove i cinema sono chiusi e la socialità azzerata. Ed evoca la misera speranza che questo percorso ci porti a una riflessione sul nostro alienante ed esasperato modo di vivere contemporaneo, evidente anche nel documentario.

Il concorso ha lasciato spazio a Philippe Garrel con Le sel des larmes, che non ha deluso attraverso i suoi quadri amorosi in bianco e nero, delicati anche quando la passione sa far male. Le storie sono poggiate su un concetto di tempo nostalgico e sono intrise di intelligenza e leggerezza come solo i francesi sanno fare.

Troppo cerebrale El prófugo di Natalia Meta, un quasi horror psicoanalitico, in cui la protagonista vive preda di fantasmi e che poco ha a che fare con il meglio del cinema argentino contemporaneo . Indubbiamente superiore il western riflessivo della regista indie Kelly Reichardt, First cow: una rivisitazione intima e politica delle origini del sogno americano nell’amicizia tra un cuoco taciturno e solitario e un immigrato cinese. Persian Lessons (fuori concorso) di Vadim Perelman è una storia di Olocausto in chiave La vita è bella o Train de vie con un po’ più di amarezza. Un ebreo si salva dalla camera a gas fingendosi persiano e insegnando a uno dei suoi carnefici una lingua inventata, facendola passare per farsi: ben girato, ma déjà vu.

Infine, il film di apertura My Salinger year di Philippe Falardeau, con l’inossidabile Sigourney Weaver, narra di una giovane, bellissima aspirante poetessa (Margaret Qualley), assunta nella più prestigiosa agenzia letteraria di New York, che si dimentica di coltivare le sue ambizioni. È troppo presa dalla posta (e non solo) dell’ignaro J.D. Salinger (tra poco in libreria L’ultima moglie di J.D. Salinger di Enrico Deaglio per Marsilio), ma un angelo letterario la rimetterà sulla giusta strada. Film godibile, ma niente a che vedere con Monsieur Lazhar (2011) del regista canadese, dove la delicatezza era accompagnata da una dolce e terribile mestizia.

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