IL CENTENARIO DELLA NASCITA

Primo Levi, la scienza come cura dall’orrore della shoah

di Giuseppe Lupo


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3' di lettura

Com'è facile immaginare, tutti oggi celebrano Primo Levi, nato cent'anni fa a Torino, per essere stato lo scrittore-testimone di Auschwitz, il narratore che visse l'olocausto in presa diretta e lo raccontò secondo la prospettiva di una discesa agli inferi.

Indubbiamente questo è un punto di osservazione che mette al riparo da errori. Nessuno può negare che «Se questo è un uomo» è il suo libro universalmente più noto, benché frutto di un'elaborata stagione di ripensamenti e riscritture: una sorta di odissea editoriale cominciata dai rifiuti di Natalia Ginzburg e Cesare Pavese per conto di Einaudi, passata attraverso la prima edizione, uscita per l'editore De Silva nel 1947, e finita con il ritorno a Einaudi nel 1958.

Eppure già nel cuore di questo fortunato romanzo autobiografico sono presenti le tracce di quello che Levi chiamò «l'altrui mestiere»: quello dell'osservatore di storie naturali o del chimico, cioè dell'intellettuale che appartiene all'orizzonte delle «due culture». Se il nostro sguardo di lettori si fermasse a considerare Levi quale scrittore della sofferenza umana, probabilmente commetteremmo l'errore dell'incompletezza e della parzialità. Egli è indubbiamente narratore della condizione ebraica, peraltro con infinite ramificazioni dantesche: nei calchi letterari (c'è addirittura un capitolo completamente modellato sulla storia di Ulisse, raccontata nel canto XXVI dell'Inferno), nella variazione degli stili, nell'invenzione del linguaggio, nello sguardo da testimone diretto.

In quanto dantesco, egli è anche l'uomo che, dopo aver toccato il fondo, vive il privilegio di «riveder le stelle»: un'esperienza che nel suo caso si traduce in quel misterioso e forse anche un po' malinconico rientro a casa. Mi riferisco ovviamente a «La tregua» (1963, Premio Campiello), il romanzo del ritorno, che rimodula certo il nostos di Ulisse nella fatica di credere in un approdo definitivo, magari anche nell'innata delusione di chi non ha più patrie da sognare, eppure si concede al lettore con l'inquietudine di un viaggio che non conosce certezze, una specie di anabasi notturna dove c'è poco per sentirsi salvati.

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    Tutto ciò, però, acquista un senso soltanto se messo in relazione con la professione di scienziato: un campo che Levi ha coltivato in parallelo rispetto alla materia della shoah, come una sponda a cui rapportarsi nel tentativo di trovare un rimedio al caos del campo di sterminio. Il sistema periodico, la raccolta di racconti che Levi pubblica nel 1975, rappresenta un'originale tensione all'ordine. Levi traccia una classificazione degli elementi naturali e, nel raccontare ognuno di essi, va alla radice di quel che significa la memoria, il tempo, i legami familiari e umani, i sentimenti.

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    Tutto l'agire degli esseri viventi trova il modo per essere organizzato e sistemato nella speranza di vincere il pericolo dell'irrazionalità, in un'operazione che era già avvenuta nel De rerum natura di Lucrezio. Gli errori esistono, ma esiste anche il modo per assicurare loro un posto all'interno delle azioni umane, contribuendo a neutralizzarli: questo intende affermare l'autore di questo geniale libro di scienza. Guardata da quest'altro punto di vista, la vicenda dell'umanità che Levi si impegna ad analizzare appare come un'unica grande lotta tra disciplina e disordine, tra azione del caso e meccanica della conoscenza, dolore e quiete.

    La speranza è che trionfi la regola, per quanto essa cammini sui binari che conducevano i treni ad Auschwitz, anche quello un luogo elaborato scientificamente per sterminare gli uomini secondo le leggi tayloriste. Alla fine della sua scrittura ci resta un barlume di fede riposta negli strumenti che usiamo tutti i giorni, siano essi la pagina scritta, come fa Levi, o la chiave a stella, come fa il suo personaggio Tino Faussone, nel romanzo del 1978 (Premio Strega): un libro sull'orgoglio operaio, un'apologia del lavoro come costruzione del mondo.

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