LA CRISI GENERAZIONALE

Primo maggio, perché i giovani non hanno niente da festeggiare

di Alberto Magnani


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4' di lettura

Alessandro, nome di fantasia di un under 30, festeggerà il primo maggio 2018 come ha già fatto l'anno scorso: consegnando pizze e hamburger, in bici, per una piattaforma online che lo paga meno di 5 euro lordi l'ora. Tra i suoi coetanei c'è chi risponderà a email fuori dagli orari di ufficio, chi sbrigherà incarichi di responsabilità per 500 euro lordi al mese e soprattutto chi un lavoro non ce l'ha. Una categoria abbastanza rappresentata, visto che gli ultimi dati disponibili registrano una disoccupazione giovanile al 32,8% nella fascia 15-24 anni e al 26% abbondante in quella dai 18 ai 29 anni, con l'aggiunta di 2,1 milioni di Neet (i giovani che non studiano né lavorano) sempre fra gli under 30.

Senza scomodare neppure la popolazione nascosta dietro alla «zona grigia» che sfugge ai bollettini Istat: tirocinanti utilizzati a tempo pieno, collaboratori con orari identici a quelli dei colleghi assunti e lavoratori a chiamata, magari nel circuito dell'economia dei lavoretti (gig economy) dove gli incarichi si presentano sotto forma di una notifica via smartphone. La festa del lavoro è una buona occasione per guardare oltre alle statistiche del mercato occupazionale dei «giovani», intesi più come blocco sociale che anagrafico. A partire dall'emergenza che rincorre da anni l'economia nazionale: la mancanza di lavoro, sotto forma di tassi stellari di disoccupazione e inattività.

Quel milione e mezzo di giovani (lavoratori) scomparsi
Nel 2007, secondo dati Istat, gli occupati nella fascia 25-34 anni erano 5,6 milioni. Oggi sono poco più di 4 milioni: un calo di 1,5 milioni dovuto sia a ragioni anagrafiche (è diminuita la popolazione in quella fascia di età) che a una scomparsa effettiva di opportunità lavorative rispetto agli anni precedenti alla crisi. La recessione, però, rischia di diventare il pretesto per spiegare - o non spiegare - un problema che va più nel profondo dell'economia nazionale, al di là di congiunture sfavorevoli e dei loro riflessi sull'occupazione. Nel febbraio 2018, un decennio dopo lo scoppio della bolla dei mutui subprime , l'Italia “vanta” il terzo tasso di disoccupazione giovanile più alto d'Europa, con un 32,8% che si fa superare solo dal 45% della Grecia e dal 35% della Spagna (in Germania è al 6,2%). Nel quarto trimestre 2004, 14 anni fa e quattro prima della crisi, la situazione non era così diversa: tasso di disoccupazione degli under 25 al 24,1%, più alto del 6% rispetto alla media Ue e dietro solo a Polonia (37%), Slovacchia e Crozia quasi in tandem (32,9% la prima, 32,6% la seconda) e Grecia (26%). Oggi siamo terzultimi in Europa, ma prima della crisi eravamo quartultimi. «La bassa occupazione è un problema che l'Italia ha da anni. La crisi ha solo peggiorato il tutto» fa notare Alessandro Rosina, docente di Demografia alla Cattolica di Milano.

Le vulnerabilità maggiori? Rosina cita, per cominciare, l'ormai celebre scollamento tra formazione e mondo del lavoro. Ma in un’ottica meno gradita alla versione, unilaterale, dei «giovani che non si accontentano» e delle «aziende che non trovano profili adatti»: sempre più spesso succede anche il contrario, ovvero che le aziende non siano in grado di offrire un lavoro gratificante rispetto alle qualifiche reali di un candidato. Costringendo risorse con curricula di buon livello ad abbassarsi a quello che offre il mercato: dai laureati in architettura che lavorano full-time a 400 euro lordi al mensili a categorie in teoria forti, come i neoingegneri, assunti a stipendi dimezzati rispetto a quanto troverebbero in un'azienda di Monaco di Baviera. Senza contare le emergenze delle dispersione scolastica («Il primo bacino dei Neet» dice Rosina) , la scarsa valorizzazione della formazione tecnico-professionale e il fatto che persino – o soprattutto - i laureati fatichino a trovare impiego. Secondo dati della Commissione europea, solo il 52,9% dei neo-dottori viene assunto entro tre anni dal titolo. Nel resto d'Europa si arriva oltre il 78%.

L'instabilità. E il boomerang del lavoro digitale
Quando il lavoro si trova, il problema può essere la sua qualità. Senza chiamare in causa un fattore molto variabile, come le retribuzioni, gli assunti under 30 si trovano sempre più esposti a rapporti instabili, dal contratto a termine alla girandola dei lavori a chiamata. Per quanto riguarda le assunzioni instabili, i dati Inps evidenziano un andamento a ritmo opposto fra contratti stabili e a termine nella fascia 25-29 anni: i contratti a tempo indeterminato attivati si sono dimezzati da 301.435 nel 2015 a 152.486 nel 2017, mentre quelli a tempo determinato sono cresciuti da 586.954 a 821.882 nello stesso periodo. Ad altri è andata peggio. La quota di sottoccupati e lavoratori part-time «involontari», spesso conservati così per pagare di meno, è più che raddoppiata in 10 anni dall'1,9% del 2007 al 4,5% del 2017.

La beffa è che sono sempre i giovani a essere vittime di quello che dovrebbe essere il loro orizzonte d'elezione, la digital economy. Fuori dagli stipendi record delle grandi aziende tecnologiche e dal mondo un po’ vago delle startup, «lavoro digitale» significa soprattutto una lunga serie di occupazioni ultraflessibili, svolte quasi sempre in autonomia: dagli sviluppatori ai web designer, passando per tutti i lavoretti che si limitano a essere veicolati dalle piattaforme online. Come nel caso della gig economy, l'economia del lavoro «a notifica» dove il proprio committente è un algoritmo che invia ordini di consegna. «Si è creato un vuoto normativo, perché non è chiaro come si possano inquadrare queste nuove forme di lavoro - spiega Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil - In più si è creato un “protagonismo del consumatore”, dove diventa più importante una consegna in tempo che il rispetto dei diritti». Le aziende della gig economy sono un bersaglio facile. Ma il rischio «di indeterminatezza», come lo chiama Loy, sta proliferando fra vari settori aziendali e zone del paese, creando l'ennesima frattura fra Nord e Sud. Nel Settentrione il lavoro c'è, ma non viene sempre riconosciuto come dovrebbe. Al Sud le cose si semplificano, perché il lavoro non c'è del tutto. «Insomma - dice Loy - A nord c'è lavoro ma non sempre sono disposti a pagarlo con il giusto prezzo. Al Sud manca proprio l'offerta».

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