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Priolo, 40 giorni per salvare la raffineria (e 10mila lavoratori)

Il 7 novembre parte l’ultimo ordine di petrolio russo, poi scatta l’embargo: ne risentirà tutto il comparto. Opzione deroga o linee di credito dedicate

di Nino Amadore

 Nella raffineria di Priolo viene prodotto il 20% del fabbisogno italiano di carburante

4' di lettura

Dall’ultima riunione, a Roma, sono passati 55 giorni. Invano. E ora per l’Isab di Priolo, in provincia di Siracusa, è il tempo del conto alla rovescia: mancano 12 giorni all’ultima data utile per commissionare le forniture di petrolio dalla Russia dove è costretta ad approvvigiornarsi a causa di quella che viene definita «overcompliance» che ne limita la possibilità di operare liberamente sul mercato. Mancano intanto 40 giorni alla scadenza che potrebbe segnare la chiusura delle raffinerie (Isab Sud e Isab Nord) che fanno capo al gruppo controllato indirettamente dalla compagnia russa Lukoil.

Un «colpo mortale» per l’intero comparto

Di fatto, se qualcosa non cambia in questi giorni, l’ordine che partirà il 7 novembre sarà dunque l’ultimo per gli impianti siracusani che dal 5 dicembre non potranno più ricevere petrolio russo causa embargo: dal 6 dicembre vanno a casa i poco più di mille dipendenti diretti, restano senza lavoro i 1.930 dell’indotto e subisce un colpo mortale l’intera area industriale siracusana tra Priolo, Augusta e Melilli. Di fatto sono almeno diecimila i posti di lavoro che rischiano seriamente di saltare in aria perché, come hanno più volte spiegato i vertici di Confindustria e non solo loro, il sistema di questa area industriale si tiene e ogni impresa è direttamente interconnessa alle altre. «Se chiude Lukoil – spiega Gianpaolo Miceli, segretario provinciale della Cna siracusana – vanno in tilt anche gli altri impianti presenti nella zona industriale. L’intero comparto ne subirebbe un colpo mortale».

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Il 6 dicembre, comunque, è una data convenzionale ormai perché per arrivare allo spegnimento degli impianti bisognerebbe cominciare molto prima: intanto i vertici di Isab hanno cominciato a centellinare le risorse per garantirsi più autonomia e rinviare quanto più possibile lo spegnimento degli impianti. Per tutti, però, è ormai chiaro che il conto alla rovescia per lo spegnimento degli impianti è già cominciato. «In questi mesi – dice Diego Bivona, presidente di Confindustria Siracusa – non ci sono stati nuovi segnali. E non si riesce a capire come si voglia risolvere questo problema che non è né solo siracusano né solo siciliano: è un problema nazionale e strategico».

Impianto che copre il 20% del fabbisogno annuale del Paese

Qualche giorno fa è stato Edoardo Garrone, presidente della Erg, azienda che ha venduto qualche anno fa a Lukoil gli impianti siracusani, a lanciare l’allarme: «L’intero polo industriale di Siracusa rischia di chiudere per l’embargo sul petrolio russo deciso dall’Europa, ci sono migliaia di posti di lavoro a rischio e la chiusura manderebbe in tilt l’approvvigionamento dei prodotti derivanti dal petrolio nel nostro Paese perché la raffineria di Siracusa copre il 20% del fabbisogno annuale dell'Italia. Immaginate che disastro accadrebbe al nostro Paese, questo dossier va gestito subito dal nuovo Governo Meloni».

La tensione dalle parti di Siracusa sembra destinata a salire e a poco sono servite le dichiarazione del neoministro delle Imprese e del Made in Italy Adolfo Urso che ha ereditato da Giancarlo Giorgetti parecchi dossier scottanti a cominciare da questo: «Stiamo seguendo alcune ipotesi di investimento o di acquisizione di questa imprese per consentirle di andare oltre la fatidica data in cui scatteranno le sanzioni» ha detto Urso.Non è chiaro se il ministro si riferisse alle ipotesi di acquisizioni e investimenti circolate nelle scorse settimane (ma mai confermate) o a ipotesi di lavoro tutte interne al ministero: in questa fase di transizione sembra ancora presto per saperne di più.

Opzione deroga per un anno

I documenti ufficiali comunque non parlano né di acquisizioni né di investimenti. Il verbale della riunione del tavolo del 2 agosto, l’ultima, racconta che i vertici di Isab (era presente anche Eugene Maniakhine, nel frattempo nominato direttore generale) hanno evidenziato «che la soluzione ideale sarebbe ottenere una deroga almeno parziale per l’embargo dei greggi russi per un periodo di almeno un anno; in alternativa, risulterebbe necessaria per tutta la durata dell’embargo un’adeguata linea di credito per l’emissione delle lettere di credito per l’acquisto del greggio non russo. In ogni caso, è necessario prevenire condotte di overcompliance, auspicando l’emissione di una «comfort letter» da parte del Governo che evidenzi che Isab non è società soggetta a sanzioni e che come tale non deve essere oggetto di restrizioni all’operatività.

A tale proposito, hanno richiamato una lettera similare utilizzata per il caso Tamoil nel 2011». Sempre in quella sede Isab «ha rappresentato che la priorità sarebbe ottenere la garanzia Sace non limitata ad una mera iniezione di liquidità, ma come previsto dal decreto Aiuti, possa divenire una misura di sostegno per l’azienda per superare la crisi. Ha evidenziato che la società non ha ricevuto manifestazioni di interesse da parte di terzi né in tema di cessione di azienda né in tema di affitto di azienda, ma che comunque il Gruppo Lukoil è pronto a cogliere ogni opportunità per uscire dalla crisi. Ha infine sottolineato che la società dispone di uno stoccaggio di 1 milione di tonnellate di prodotto greggio e lavorato non solo russo che potrebbe essere costituito in garanzia a fronte di erogazione di credito».

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