Interventi

Il tempo delle decisioni coraggiose per fare ripartire l’Italia

di Angelo Bonissoni e Marcello Priori

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(REUTERS)


4' di lettura


La crisi economica e sociale che stiamo vivendo a seguito della diffusione della pandemia Covid-19 presenta profili di grande preoccupazione in quanto intervenuta su un sistema paese già gravato da evidenti criticità in materia di equilibrio delle finanze pubbliche e da una scarsa crescita dell’economia reale.
A seguito del recente declassamento da parte di Fitch, con conseguenze a cascata sul rating delle principali imprese e banche italiane, il nostro debito sovrano si trova per due delle tre maggiori agenzie (Fitch e Moody’s, essendo la valutazione di S&P solo un gradino al di sopra) ad un passo dal livello “junk” / “spazzatura”. Dopo un 2020 in grave flessione (stimato dai più autorevoli enti di ricerca tra il 9% e il 12%), la crescita del Pil a oggi prevista nel 2021 e nel 2022 registrerà infatti solo un parziale recupero, lasciando sul terreno un gap importante rispetto sia a quello che sarebbe stato lo scenario atteso precrisi, che alle dinamiche macroeconomiche fatte segnare dai principali nostri competitor, Germania e Francia in primis. Nonostante la grande competenza, il coraggio e il dinamismo dei nostri imprenditori, il sistema delle imprese è destinato a perdere quote di mercato, appesantito da un deterioramento generalizzato della struttura finanziaria. Il debito pubblico, per effetto degli interventi di stimolo all’economia adottati dal Governo, raggiungerà percentuali stimate ampiamente oltre il 150% del prodotto interno lordo, aumentando concretamente la possibilità che il rating italiano possa subire un’altra bocciatura in assenza di azioni credibili di risanamento. Le conseguenze immediate, sia pure calmierate dalla politica espansiva adottata alla Bce, sarebbero un incremento del costo del credito, difficoltà oggettive di accesso al mercato dei capitali e l’uscita dal radar screen degli investitori internazionali delle imprese italiane, fenomeno quest’ultimo che impatterebbe negativamente sul valore degli asset domestici e dei titoli di stato, in sostanza un grave impoverimento del Paese.
Quanto sopra esposto si calerebbe su un contesto socio-economico interno strutturalmente non favorevole, in quanto caratterizzato da un tessuto imprenditoriale di grande valore ma debole sotto il profilo patrimoniale/finanziario - in quanto più indebitato -, da un‘elevata pressione fiscale, da un rapporto fisco-contribuente sbilanciato, da un sistema giudiziario e normativo non tempestivo nella risoluzione delle crisi e ancora inefficiente e da un eccesso di burocrazia, come peraltro evidenziato molto bene in alcune azioni da intraprendere per il rilancio dell'Italia previste dal Comitato di esperti capitanato da Vittorio Colao.

Le imprese italiane saranno meno patrimonializzate e per pagare i debiti incrementali assunti nel periodo di crisi dovranno sacrificare investimenti strutturali (vitali nei momenti di cambiamento) e in ricerca e sviluppo, rischiando di perdere efficienza e competitività. La spirale negativa, in assenza di interventi lungimiranti di grande respiro, interesserà le famiglie ed i loro risparmi fino ad arrivare all’erario che vedrà eroso sempre più il gettito con conseguenze importanti sulle entrate dello Stato e sulla sua solidità.
In questo scenario, positivo, al contrario, risulta ancora l’andamento dello spread e dei CDS, che non rileva al momento, salva una ovvia evidente volatilità, quelle deleterie impennate che avevano caratterizzato altre situazioni di crisi (si pensi al 2011), influenzati dalla credibile politica monetaria espansiva e di supporto sviluppata e rafforzatasi in queste settimane da parte della Bce.
La potenziale situazione testè descritta impone oggi delle riflessioni approfondite che devono essere funzionali alla natura e portata delle manovre ed azioni da adottare, nonché alla modalità e velocità con cui renderle operative ed efficaci per il bene della collettività.
Possiamo ancora farcela, ritornare ad essere quella potenza economica invidiata in tutto il mondo per capacità di innovazione, creatività, managerialità, competenza del personale a tutti i livelli e intraprendenza del mondo imprenditoriale. Non possiamo tuttavia nascondere che stiamo correndo su un filo estremamente sottile dove sarà la crescita la variabile fondamentale e imprescindibile da perseguire. È la nostra storia a suggerircelo senza possibilità di errore, soprattutto se analizzata dall’introduzione dell’euro a oggi.
L’Italia è entrata infatti nella moneta unica con una rilevante potenza di fuoco in termini di prodotto interno lordo realizzato, ma appesantita da un bilancio già allora fragile, caratterizzato da un indebitamento pubblico eccessivo (superiore, sia pur di poco, al 100% del Pil) se confrontato a quello della media dei principali Paesi/competitor europei. L’euro ci ha aiutato, contribuendo da un lato alla flessione del costo del nostro debito, ma giustamente imposto, dall’altro, regole stringenti di finanza pubblica da rispettare. Tale situazione si è riverberata inevitabilmente sull’andamento macroeconomico del nostro Paese degli anni successivi.
Volendo paragonare lo Stato ad un’impresa particolare che fornisce servizi e posti di lavoro ai propri stessi “contribuenti” (individui/famiglie e imprese), questa debolezza di partenza si è nel tempo riflessa sulla crescita, proprio come accade nelle realtà industriali poco flessibili, connotate da elevati indebitamenti e relativi alti oneri finanziari, nonché da scarse possibilità di manovra sul lato dei ricavi e dei costi operativi e, di conseguenza, sul volume degli investimenti necessari per lo sviluppo. Ciò ha alimentato un circolo vizioso in cui la contenuta/nulla crescita ha penalizzato le entrate, l’eccesso di debito e la rigidità degli interventi sulla spesa ha pesato sulle uscite, gli scarsi investimenti hanno frenato la ripresa e la modernizzazione del Paese (si pensi alle infrastrutture e alla digitalizzazione).
Sono i numeri a testimoniarlo. La crescita del Pil reale in Italia è infatti risultata marginale (appena sopra lo zero) nel periodo 2000/2019 a fronte di un incremento composto annuo dell’1,4% della media Ue, con un debito pubblico aumentato dal 103% al 134% del Pil, nonostante, in generale, i sacrifici degli italiani per bene siano stati evidenti, per effetto di un’aumentata pressione fiscale, di fronte ai limiti imposti dall'unione Europea.
Concludendo, la medicina per guarire è la crescita e per crescere occorre sviluppare manovre coraggiose, più coraggiose rispetto a quelle a cui abbiamo assistito fino ad oggi. Manovre e decisioni di vero stimolo all’economia, capaci di salvaguardare le Pmi e le imprese più grandi, non soltanto le più virtuose ma anche quelle in temporanea difficoltà finanziaria che devono trovare nuovi capitali per tornare in bonis e per lo sviluppo, attraverso il contributo dei molteplici soggetti che sono interessati al futuro del nostro Paese: fondazioni, imprenditori, banche, sindacati … La crescita si salvaguarda e si stimola andando ad analizzare le caratteristiche e i punti di forza e di debolezza di ciascun settore, delle filiere produttive, dei distretti industriali, valorizzando la presenza sul territorio, individuando i più idonei strumenti di intervento. Il famoso “patto” per l’Italia di cui tanto sentiamo parlare.

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