Intervista Gabriele Pasqui

«Priorità: case, spazi pubblici, accessibilità»

Intervista Gabriele Pasqui

di Alessia Maccaferri

2' di lettura

Nell’anno della pandemia ha pubblicato un libro sull’abitare che è un dialogo con il filosofo Carlo Sini. Docente di politiche urbane al Politecnico di Milano, Gabriele Pasqui ha una visione che tiene assieme le diverse dimensioni della città

Quali effetti ha avuto la pandemia sulle periferie?

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La pandemia ha accelerato la marginalizzazione sociale e spaziale, fenomeno che era in atto precedentemente. Lo si vede dai dati sulla povertà, sulla frequenza scolastica dei bambini, sugli accessi ai fondi speciali come il reddito di cittadinanza.

Il Comune ha lanciato la visione di una città a 15 minuti. Cosa ne pensa?

Milano è già una città a 15 minuti, almeno sino alla circonvallazione. Mentre fuori c’è un problema di alcuni servizi che devono essere ancora realizzati o consolidati. È una buona idea riflettere sul peso e la rilevanza che ha la dimensione del tempo dello spostamento a piedi, ma è necessario differenziare bene le aree. Altrimenti si rischia di consolidare una situazione di favore che già c’è nel centro e non affrontare i problemi strutturali delle periferie.

Quali sono?

Diverse aree hanno un patrimonio abitativo di edilizia residenziale pubblica che ha problemi di degrado fisico e di manutenzione. Il secondo aspetto riguarda lo spazio pubblico, i parchi, i giardini, le piazze: c’è un problema enorme di cura della città pubblica nelle periferie. Infine, l’accessibilità sia fisica (come i trasporti pubblici) sia digitale: il livello generale di Milano è piuttosto buono ma ci sono aree che hanno bisogno di migliorare. Basta pensare alla possibilità di accedere al web per la didattica a distanza.

A Milano ci sono buone pratiche di innovazione sociale. Come metterle a sistema perché abbiano un impatto?

Milano ha una società ricca. C’è un forte privato sociale che interviene con una logica pubblicistica, c’è un certo attivismo cittadino, c’è il terzo settore. Ciò si traduce spesso in azioni di innovazione sociale che producono beni pubblici urbani. Tutto questo però non basta e va consolidato in tre modi. Innanzitutto servono più risorse pubbliche perché alcuni tipi di questioni strutturali non si risolvono con l’attivismo sociale ma con interventi strutturali. Spero si intervenga con la programmazione comunitaria e con il Recovery fund. In secondo luogo, è necessaria una maggiore capacità della pubblica amministrazione di semplificare l’azione degli attori sociali: c’è troppa burocrazia. In terzo luogo, gli attori locali devono cercare di fare rete salendo di livello, costruendo reti stabili. Penso per esempio alle collaborazioni potenziali tra le Social Street.

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