A RISCHIO INDAGINI E CONTROLLI

Privacy, via le tracce dei reati dalle banche dati dopo 20 anni

di Marco Ludovico


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(ANSA)

2' di lettura

Un uomo di mezza età si aggira con fare sospetto davanti a una scuola. Una, due, più volte a settimana. Genitori in allarme, si teme un pedofilo: scatta la segnalazione alle forze dell’ordine. Gli agenti lo fermano ma in banca dati non ci sono precedenti. In assenza di reati nulla possono fare. Neanche allontanarlo. In realtà il soggetto da giovane aveva avuto una condanna per pedofilia. Ma dopo 25 anni è stata cancellata dagli archivi informatici del Viminale.

L’allarme da giorni tra i tecnici della Polizia di Stato
Il caso per ora è ipotetico. Ma probabile: delineato tra gli addetti ai lavori dopo lo studio del regolamento attuativo, in corso di approvazione, delle norme sulla privacy per la banca dati delle forze dell’ordine. La questione riguarda anche l’Arma dei Carabinieri e la Guardia di Finanza: lo Sdi (sistema di indagine) è interforze, il Ced (centro elaborazione dati) collocato presso la direzione centrale Polizia criminale del dipartimento Ps guidato da Franco Gabrielli. Le norme in arrivo fissano una durata di conservazione dei dati di polizia nello Sdi: nei casi più gravi, 25 anni. Poi sono cancellati. Senza nessuna possibilità di recuperarli.

La “mutilazione” dei controlli
La dialettica tra il ministero dell’Interno, oggi guidato da Matteo Salvini, e il Garante della privacy, diretto da Antonello Soro, dura da lustri. Ma il caso del nuovo regolamento, in corso di pubblicazione come Dpr (decreto del presidente della Repubblica), è clamoroso. Una persona che commette un qualsiasi reato e poi è sottoposta a una misura interdittiva, cautelare o a una condanna, dopo 20 anni dalla cessazione dell’efficacia delle misure non avrà più precedenti presenti nello Sdi. Se delinque a 20 anni ed è condannato a cinque anni, a 45 anni – dopo vent’anni previsti per la cancellazione – sarà “ripulito” in automatico e non resterà traccia. In polizia si parla di “mutilazione” dello Sdi.

Il tragico spettro delle conseguenze
L’eliminazione dei precedenti è considerata nefasta tra le forze dell’ordine. Incide sui processi se il giudice chiede accertamenti per i soggetti coinvolti nei procedimenti. Sulle autorizzazioni: il questore può rilasciare una licenza o il porto d’armi senza sapere fatti o reati ormai cancellati. Sulla prevenzione, cioè indirizzo e fase preliminare, e sulle indagini. Sono ancora aperte inchieste di stragi avvenute 30-40 anni fa: l’effetto “mutilazione” in questo caso è evidente.
Si muove il sindacato di Polizia. Giuseppe Tiani, numero uno Siap (sindacato italiano appartenenti polizia) ha inviato una lunga nota al Viminale. «Non è in discussione il legittimo diritto alla privacy dell’individuo, tanto meno il sacrosanto diritto al tempestivo aggiornamento del dato presente nello Sdi» si legge nella nota. Ma Tiani avverte: la banca dati interforze «da sempre è uno degli elementi fondamentali per le attività investigative, l’ordine e sicurezza pubblica, la prevenzione e repressione dei reati». La cancellazione dei dati Sdi prospettata dal Dpr «denota come la tutela della privacy venga anteposta agli scopi istituzionali delle forze di polizia».

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