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Private debt, calano gli investimenti ma la raccolta raggiunge 273 milioni

La ridotta dimensione delle operazioni limita l'intervento dei big esteri. I fondi del settore battono la media di mercato con tassi di interesse al 5,5%

di Mara Monti


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(AdobeStock)

3' di lettura

Un tasso di interesse medio del 5,5 per cento. I fondi di private debt battono la media dei rendimenti di mercato che oggi devono confrontarsi con i rendimenti negativi. Eppure gli investimenti calano, colpa delle incertezze politiche che hanno attraversato l’Italia nel primo semestre e che non hanno aiutato questa asset class. Si salva la raccolta, lievitata del 94% a 273 milioni di euro, secondo i dati pubblicati da Aifi insieme a Deloitte.

Un fatto è certo, il mercato dei mini bond, le obbligazioni di piccolo taglio emesse da Pmi con un fatturato tra 15 e 500 milioni, sta pian piano diventando sempre più robusto e con esso anche i fondi che sempre più numerosi investono in questi bond. Lo dimostra la raccolta del private debt che dall’inizio dell’attività nel 2013 ad oggi ha toccato 2,3 miliardi di euro.

E se gli investimenti in valore si sono contratti del 55% a 200 milioni di euro, non così il numero delle sottoscrizioni che ha visto una crescita del 21% con 74 deal, distribuiti su 63 società (+21%). Tuttavia, questo slancio è avvenuto con operazioni di taglio ridotto come dimostra il calo del valore degli investimenti. Ed è proprio la ridotta dimensione delle operazioni che limita gli operatori esteri a favore di quelli domestici che oggi dominano il mercato. «La crescita del fundraising dei fondi di debito nel primo semestre è positiva anche se è principalmente di origine domestica», afferma Innocenzo Cipolletta presidente AIFI. Non è un caso che il 59% dell’ammontare è stato investito da soggetti domestici che hanno realizzato il 71% del numero di operazioni. Cresce l’apporto degli investitori istituzionali non bancari come fondi pensioni e casse di previdenza che rappresentano il 15% della raccolta, mentre il resto è rappresentato dalle banche con il 48% e il 28% da fondi di fondi istituzionali. Per quanto riguarda le caratteristiche delle operazioni, la durata media si aggira sui 5 anni e 4 mesi mentre sulle dimensioni delle sottoscrizioni, il 90% dei casi ha riguardato operazioni con un taglio medio inferiore ai 10 milioni di euro. «La presenza di operatori di mercato che si specializzano in una strategia di investimento e finanziamento focalizzata su strumenti di debito e credito è oggi in forte ascesa»,afferma Daniele Candiani, partner di Deloitte. «E’ un dato importante perché dimostra come il mercato abbia finalmente riconosciuto in questi asset un valido supporto a una strategia finanziaria di crescita diversificata - spiega Anna Gervasoni, direttore di Aifi -. Tuttavia deve crescere la presenza di investitori esteri».

In Europa il mercato ruota su altri numeri con una raccolta di direct lenders di 22,6 miliardi di euro nel primo semestre del 2019 contro i 38,1 miliardi dell’intero 2018. Le PMI motore dell’economia italiana sono sempre più spesso alla ricerca di strumenti di finanziamento alternativo. E il caso di Credimi. il digital lender dedicato alle imprese lo dimostra: «Le imprese sempre più spesso si rivolgono ai nuovi servizi di credito digitale, che vanno incontro alle necessità delle imprese - spiega Ignazio Rocco, founder e ceo di Credimi -. Maggiore rapidità e flessibilità rispetto ai canali tradizionali, grazie all'uso delle tecnologie. Sostenere questi imprenditori con la liquidità necessaria per innovare, per competere, per attrarre talenti, vuol dire investire nel futuro dell’Italia».

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