Italia

Private equity, le opportunità per un vero decollo in Italia

di Fabio L. Sattin


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(Agf creative)

3' di lettura

In molti si domandano come mai l’attività di private equity sia di fatto ancora limitata rispetto alla dimensione economica del nostro Paese e della nostra struttura industriale. Fare private equity significa letteralmente «effettuare investimenti nel capitale di rischio in società non quotate». E il bisogno di capitale di rischio è sempre più evidente, specialmente in Italia, a causa delle note difficoltà del sistema bancario, della sottocapitalizzazione cronica delle nostre aziende e della loro necessità di crescere e di investire per operare con successo in mercati sempre più competitivi e internazionalizzati. Ma allora: cosa c’è che non va?

Un problema, secondo alcuni, potrebbe essere rappresentato dal fatto che molte operazioni di private equity utilizzano la leva finanziaria che, se mal strutturata, potrebbe dare origine a conseguenze negative per le società partecipate. Tuttavia, questa tipologia di operazioni costituisce solamente una parte delle attività di private equity. Inoltre, la leva finanziaria, in particolare in Italia, è usata da tutti e da sempre, imprenditori in primis. Anzi, alcuni di questi ultimi, dicono le statistiche, spesso utilizzano questo strumento in modo molto più aggressivo e rischioso rispetto agli operatori di private equity. Va inoltre considerato il fatto che la leva finanziaria, in molti casi, rappresenta lo strumento più intelligente per accelerare le prospettive di sviluppo e di crescita – attraverso acquisizioni – di un’impresa o per portare a compimento un processo di ricambio generazionale in logica meritocratica (si pensi, ad esempio, alle operazioni di management buy-out o family buy-out)

Un secondo ordine di critiche è invece rivolto agli strumenti che sono stati adottati dagli operatori di private equity per svolgere la loro attività: tipicamente, i fondi chiusi. Molti infatti ne hanno sottolineato i limiti, che di fatto esistono, derivanti in particolare dalla rigidità del periodo di investimento e disinvestimento, dalla scarsa liquidità, dalle modalità di calcolo delle commissioni e dalla loro stessa entità.

Giuste o meno che siano tali critiche, ciò che emerge è la crescente necessità di ricorrere a nuovi strumenti di investimento, pensati in un modo differente, più flessibili, meno speculativi, più aderenti alle necessità industriali e strategiche delle società partecipate e alle loro tempistiche di realizzazione, e al contempo meno illiquidi e rispettosi degli interessi degli investitori che sono, alla fine, coloro che “ci mettono i soldi” e che percepiscono, se le cose vanno bene, gran parte dei guadagni generati. Le parole chiave del futuro private equity saranno quindi “equilibrio” e “flessibilità”. E il mercato, come sempre e per fortuna, reagisce e si adatta autonomamente.

Ecco quindi un fiorire di nuove strutture di investimento, anche nel nostro Paese: holding quotate o non quotate; fondi quotati; spac; co-investment agreement; club deal; investimenti diretti da parte di family office (anche consorziati tra loro) e fondi sovrani; evergreen fund; umbrella fund, Sst; fondi ibridi nelle loro varie modalità, fino alla emergente (in Italia) e interessante classe del cosiddetto private debt, spesso organizzato dagli stessi operatori di private equity.

Tanti nuovi strumenti per fare la stessa cosa: identificare aziende e imprenditori e/o manager promettenti sui quali investire, aiutandoli nel loro percorso di sviluppo e di valorizzazione nella speranza, se le cose andranno bene e le aziende avranno effettivamente aumentato il loro valore, di realizzare un ritorno sull’investimento. Il fondo chiuso è quindi solo uno dei molteplici strumenti a disposizione degli operatori di private equity. Se non funziona, si cambia: tutto qui. Lo stesso vale per la leva finanziaria. Se è opportuno, la si usa, altrimenti, se ne fa a meno. E cosi di fatto sta già accadendo.

Anche qui, in Italia, gran parte delle operazioni di private equity sono state realizzate senza ricorrere alla forma “tecnica” del fondo chiuso, e senza ricorrere alla leva finanziaria. È già così, oggi. Basti pensare al grande sviluppo delle spac, delle holding quotate e dei club deal. Ed è questa la vera sfida che l’industria del private equity e i regolatori dovranno affrontare, in particolare nel nostro Paese, spesso afflitto da eccessi o incertezze nelle normative: consentire la massima flessibilità ed espansione di nuovi strumenti di investimento, sempre più diversi e articolati, nell’ambito di una regolamentazione chiara, comprensibile, certa e sopratutto competitiva a livello internazionale.

Professore a contratto senior di Private Equity e Venture Capital Un. Bocconi

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