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Privatizzazioni e spending review: la scommessa di Tria per “salvare” i conti pubblici

di Marco Rogari e Gianni Trovati


Def: crolla la crescita, arriva la promessa della flat tax ai ceti medi

3' di lettura

Nella costruzione degli obiettivi di crescita del Def ha vinto la «prudenza» rivendicata dal titolare dell’Economia Tria. Ma anche fra tanta cautela il documento non è avaro di ambizione. Soprattutto su due versanti, essenziali per tenere il percorso di finanza pubblica appena approvato dal governo: la nuova (ennesima?) edizione della spending review. E il nuovo (ennesimo?) tentativo di privatizzazioni.

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Tagli automatici e non
I ministeri hanno già imbracciato le armi per difendersi dalla scure che calerà a luglio sui loro bilanci con il congelamento definitivo per tutto il 2019 dei 2 miliardi di spesa indicati dal Governo Bruxelles a garanzia degli obiettivi di finanza pubblica concordati alla fine dello scorso anno: obiettivi, come si ufficializza nel Def, che non sono stati rispettati.
Anche se i tagli sono già stati individuati, la partita si annuncia aspra e non certo beneagurante per la nuova fase di spending review su cui il ministro Tria, come si legge nel Documento di economia e finanza approvato martedì scorso, scommette per puntellare in qualche modo i conti nei prossimi tre anni. Una revisione delle spesa non proprio aggressiva quella immaginata al Mef, visto che il Governo “pentaleghista” conta di risparmiare 2 miliardi nel 2020, replicando di fatto la stretta prevista per quest'anno, per poi far salire l'asticella a 5 miliardi nel 2021 e a 8 miliardi nel 2022.

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La storia insegna
Ma il precedente della “spending 2018”, l'ultima targata Gentiloni-Padoan, non è incoraggiante. Come emerge dalla relazione sul monitoraggio degli obiettivi di spesa dei ministeri per il 2018-2020, che è allegata al Def, il taglio di un miliardo in via strutturale stabilito dall'ultima manovra varata da un esecutivo a guida Pd è stato sì sostanzialmente realizzato, ma in molti casi il Governo è dovuto ricorrere a più di una “toppa” in sede di assestamento di bilancio per colmare le non poche “defaillance” di vari dicasteri. Le conclusioni cui si giunge nel dossier parlano da sole: «Appare certamente utile per migliorare l'efficacia della procedura agire anche sul fronte delle competenze, capacità e cultura amministrativa; sulla maggiore disponibilità di dati sulle attività delle amministrazioni, sui destinatari della spesa, sulla qualità dei servizi e sulla scarsa pratica di valutazione delle politiche pubbliche». La strada della nuova fase di spending review si presenta insomma tutta in salita.

Sul mercato (che non c’è)
Ancora più ambizioso è il programma di privatizzazioni da 18 miliardi, un punto di Pil, confermato dal Documento. Nato a dicembre per tracciare una linea in discesa del debito pubblico, ora rimane nei tendenziali, ma con uno scopo diverso: quello di evitare un'impennata ulteriore del passivo, che senza privatizzazioni arriverebbe al 133,6-133,8% del Pil. Un dato indigesto da presentare a Bruxelles e sui mercati. Cambia la funzione, ma restano inalterate le difficoltà pratiche di far partire davvero un piano del genere. La cessione di partecipate a Cassa depositi rischia di scontrarsi con i “niet” di Eurostat, che potrebbero avere un effetto collaterale ancora più pesante sul debito. E in un periodo nel quale i corsi di Borsa, nonostante le riprese delle ultime settimane, restano lontani dai massimi, trovare compratori privati porterebbe in ogni caso a una sorta di “svendita” delle quote: con annessa rinuncia alle entrate strutturali prodotte dai dividendi annuali (2,4 miliardi l'anno scorso). E come se non bastasse, per il 2020 il programma prevede altri 5,5 miliardi di entrate da privatizzazioni e dismissioni.

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