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Prodi-Bazoli e l’eredità di Nino Andreatta fra potere e responsabilità

Economia, politica e amicizie dell’uomo che ha inventato un nuovo cattolicesimo democratico e che ha cambiato l’Italia

di Paolo Bricco

Prodi: “Andreatta aveva la virtù di allevare nemici intelligenti”

5' di lettura

Può, in una vicenda complessa e articolata come quella del nostro Paese, una singola persona incubare e generare una opzione culturale e politica? E, soprattutto, questa doppia opzione – culturale e politica – può trovare (e formare) discepoli e interpreti dotati degli strumenti e dell'originalità per tracciare propri percorsi, mantenendo una autonomia “riconoscente” rispetto a questa persona? La risposta è sì. Soprattutto se l'uomo in questione era – è – Beniamino Andreatta.

Al Festival dell'Economia di Trento, l'incontro moderato dal direttore del Sole 24 Ore Fabio Tamburini (“siamo molto felici di ospitare questo incontro anche perché Andreatta, la cui famiglia era di Trento, è stato un grande vecchio di queste terre”) ha ben definito il perimetro biografico e culturale, accademico e politico di una delle personalità che più hanno determinato la seconda parte del Novecento.

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“Andreatta – ricorda Giovanni Bazoli – è stato prima di tutto un teorico e un fautore dell'ordine. Ma non dell'ordine costituito. Ha sempre avuto una notevole spinta critica. Costruttiva. Ma critica. Il suo obiettivo era costantemente quello di delineare e proporre un ordine nuovo. La sua razionalità costruttiva e la sua forza, il suo esempio e la sua testimonianza sono stati significativi: pensate a quanti ministri e primi ministri sono caduti nell'oblio. A lui, non è successo. E' stato un uomo di Stato, fra i maggiori dall'Unità d'Italia”.

Il rapporto fra Bazoli e Andreatta non è mai stato gerarchico (“anche se, dal 1982 non c'è mai stata una scelta professionale importante per la quale non mi sia consultato con Nino”).

Si sono conosciuti da giovani, assistenti universitari alla Cattolica di Milano. E, poi, hanno stretto un legame sempre più forte a partire da uno dei passaggi cruciali – per la determinazione del paesaggio finanziario, dell'equilibrio dei poteri e del contesto culturale – della nostra storia nazionale: appunto il fallimento del Banco Ambrosiano del 1982 e la creazione del Nuovo Banco Ambrosiano, quando l'allora ministro del Tesoro Andreatta (con il governatore della Banca d'Italia Carlo Azeglio Ciampi) identifica in Bazoli, professore universitario e avvocato di Brescia sconosciuto ai più, la persona in grado di ricomporre il disastro – fra mala gestio, opacità e derive criminali - lasciato dal banchiere Roberto Calvi. Un passaggio simbolicamente sanguinoso, finanziariamente costoso e politicamente durissimo.

“Andreatta – dice Romano Prodi, suo allievo diretto – pagò care le parole pronunciate in Parlamento, quando richiamò le responsabilità del Vaticano in quell'oscuro passaggio della vicenda italiana”. Prodi si riferisce al discorso pronunciato l'8 ottobre 1982. E, non a caso, si leggono queste parole negli atti parlamentari di quella seduta: “Il ministro ricostruisce i fatti degli ultimi mesi a partire dalla decisione dell'Istituto per le opere di religione (IOR) di non onorare i debiti alle società estere per le quali aveva sottoscritto lettere di patrocinio.

Tale decisione, comunicata agli amministratori straordinari nella riunione del 2 luglio, aveva pregiudicato l'esito positivo della gestione straordinaria del Banco Ambrosiano e aveva imposto l'elaborazione di un diverso tipo di intervento”. E, ancora, il ministro Andreatta “ribadisce ancora una volta le responsabilità dell'Istituto per le opere di religione, dichiarando che l'unico ostacolo all'applicazione delle sanzioni nei confronti della banca vaticana è costituito dal suo status giuridico di istituto di credito estero e quindi non assoggettabile ai controlli delle autorità di vigilanza italiane”, si legge negli atti parlamentari.

Anche in quello scontro, si forma un preciso modello di cattolico democratico. Già presente nella Democrazia Cristiana. Ma mai così espresso – con una simile agonistica nitidezza – nel rapporto fra attività politica e appartenenza di partito, fede e responsabilità pubblica, cristianesimo interiore e rapporti con la Santa Sede: “Con i suoi simili, era assai severo.

Non faceva sconti a nessuno. Come non li aveva fatti al Vaticano. La laicità era per lui il terreno comune fra credenti e non credenti. Pensava che spettasse ad ogni laico, con la guida della sua coscienza, esprimere la libertà. Nell'analisi lui era sempre puntuto e duro. Ma era anche sempre positivo. Credeva nella Storia come opzione aperta e nuova, secondo la visione del teologo Dietrich Bonhoeffer”, nota Bazoli.

Su questo elemento – fondamentale, perché Andreatta ha definito uno dei noccioli duri civili e culturali dell'antropologia politica dell'ultima parte del Novecento – specifica Prodi: “Per lui occorreva stare lontani da chi possiede la sacrilega intenzione di coinvolgere Dio nelle scelte politiche”.

L'assenza di ogni stolida univocità in Andretta, che anzi perseguiva una molteplicità brillante e non vessatoria ma ultra amicale verso il diverso, era sia una cifra personale e politica sia una cifra pedagogica e culturale. “L'eredità accademica – afferma Alberto Quadrio Curzio, anch'egli allievo diretto di Andreatta – è fondata su una ispirazione multi-specialistica. Lui, che aveva studiato alla scuola keynesiana e post keynesiana di Cambridge, alla facoltà di Scienze Politiche di Bologna chiamò e diede spazio a giovani economisti dalla più diversa impostazione: io mi occupavo di analisi economica, Romano di politica industriale, Giorgio Basevi di economia internazionale”. Questa attrazione per il diverso – soprattutto se di luccicante intelligenza – lo segnava in tutti i campi: “Non ho mai visto una persona – ricorda Prodi – che cercasse e valorizzasse così tanto il differente da sé, disinteressandosi completamente se poi il beneficiato gli si rivoltava contro. Quando io glielo facevo notare, lui replicava: “Sì, però è così brillante””.

Il multi-specialismo, l'analisi, la politica economica, anche la storia economica. E il ruolo di sviluppo dell'università: “Oltre alla facoltà di scienze politiche a Bologna, ha fondato l'università di Trento e l'università della Calabria”, ha ricordato il rettore Flavio Deflorian.

L'incontro, che ha restituito l'identità di un uomo complesso, anche buffo (“durante la campagna elettorale del 1992, prima di rispondere ad una domanda si mise la pipa in tasca, che però era rimasta accesa, e quindi quasi gli andarono a fuoco i pantaloni”, ha detto Alberto Faustini, direttore dell'Adige e dell'Alto Adige). E, anche, capace di operare con velocità e solidità nei frangenti più complessi e pericolosi della vicenda politica e umana.

“Quando lavoravo in Finmeccanica, un nostro dirigente di Ansaldo venne arrestato in Pakistan con l'accusa di tangenti. I pachistani stavano andando giù pesantissimo con lui durante gli interrogatori. Per noi era un grande problema, perché quell'accusa avrebbe compromesso una serie di commesse sul mercato asiatico. Andai a parlare a Roma con Andreatta. In quel momento, era ministro della Difesa. Lui, dopo avermi ascoltato, mi rispose: “Oibò”. Poi si mise subito in azione. L'esercito, per un'altra vicenda, doveva recuperare la salma di un militare in Afganistan. Organizzammo una seconda tappa in Pakistan. Mentre sulla pista del'aeroporto l'areo faceva il pieno, il nostro dirigente si intrufolò sull'aereo salvandosi”, racconta Alberto Forchielli. Che, poi, alla fine, chiudendo il cerchio di tutta questa storia rivela un particolare inedito e divertente: “L'aereo con cui salvammo il dirigente di Ansaldo era quello del presidente del Consiglio, che in quel momento si chiamava Romano Prodi”. Il quale – ridendo, in un bell'incontro organizzato in memoria del maestro di tanti – dice: “Io vi assicuro che non ne sapevo nulla…..”.

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