CommentoPromuove idee e trae conclusioni basate sull'interpretazione di fatti e dati da parte dell'autore.Scopri di piùL’idea dell’ex premier

Prodi: «Costruiamo nuove università mediterranee per cambiare visione»

Atenei paritari realizzati da Paesi dell’Europa e del Nord Africa: un modo originale per avere ragazzi e ragazze capaci di pensare il futuro in termini differenti

di Paolo Bricco

Prodi: “Italia non attrae investitori esteri per scarsa fiducia in P.a.”

5' di lettura

«La cultura e le relazioni fra le persone sono fondamentali. La Storia non è fatta soltanto di tragedie e di energie brutali, dispiegate in mille parti del Mondo e, adesso, vicino all’Europa con la guerra in Ucraina. La Storia è fatta anche di valori positivi, di conoscenza reciproca e di capacità di guardarsi negli occhi. Il nostro Mediterraneo è oggi il nuovo teatro dove fare ripartire tutto questo. E, naturalmente, tutto ciò lo devono fare i ragazzi e le ragazze. Per questa ragione, torna vivo e valido il progetto di università di nuova concezione fondate, insieme, da atenei dell’Europa e da atenei del Nord Africa. Nulla di paternalistico o di post-coloniale. Un progetto assolutamente paritario. In cui tutti hanno la stessa dignità».

Valorizzare l’asse del Sud

Romano Prodi, due volte presidente del Consiglio italiano e una volta presidente della Commissione europea, parla con un entusiasmo pieno di realismo di un progetto che, in passato, ha già accarezzato. «Era il 2002 – ricorda – ero presidente della Commissione europea. Pensavo che il futuro per l’Europa e per l’Africa avesse dei tratti comuni, se non simbiotici. Così era stato almeno fino allo scoppio della Prima guerra mondiale: ancora nel 1914, al tramonto dell’Impero ottomano, comunità di italiani, francesi e greci vivevano e commerciavano in Africa e in Medio Oriente. Nel 2002 stavamo realizzando l’allargamento dell’Unione europea ad Est. Anche per questa ragione, a mio avviso, aveva un senso proporre una grande operazione culturale che valorizzasse l’asse del Sud. Preparai un dossier informale. Ma, ancora prima di discuterne, in Commissione i rappresentanti dei Paesi del Nord mi fecero capire che non avrebbero mai dato il loro benestare. Usarono una espressione molto cruda, quasi avvilente per me: “soldi buttati”».

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Il (ri)lancio della proposta

In quel frangente, dunque, la cosa venne accantonata. Adesso, però, il tempo è maturo. «Da allora – riflette Prodi, classe 1939 – si è verificato un fenomeno di enorme impatto storico come le grandi migrazioni. Le migrazioni possono avere origine da qualunque luogo della terra, come dimostrano gli esuli ucraini, ma è evidente che l’Africa, o meglio le tante Afriche, rappresenta un punto di partenza per milioni di persone spinte da guerre, carestie e cambiamenti climatici». Prodi, che parlò del progetto con il compianto David Sassoli (presidente del Parlamento europeo), ha condiviso la sua idea con i vertici dell’attuale Commissione europea e con la diplomazia dei Paesi del Nord Africa: «Prima la pandemia e poi la guerra in Ucraina hanno rallentato il progetto. È naturale, di fronte a questi eventi epocali. Ma l’accoglienza che l’idea ha ricevuto è ben diversa da quella di venti anni fa: le migrazioni bibliche dal Sud del Mondo hanno cambiato le gerarchie mentali di tutti quanti, comprese quelle dei rappresentanti dei Paesi del Nord. È evidente a tutti che il Mediterraneo è un tema strutturale e di lungo periodo che riguarda l’Unione europea nella sua interezza. Sul versante africano, diverse strutture diplomatiche hanno mostrato un grande interesse. Perché colgono la natura molteplice dell’iniziativa che è insieme formativa e culturale, politica ed economica».

Come si articola il progetto

Il progetto ha dei numeri ben delineati, in uno scenario naturalmente complesso: almeno venti università nuove, fondate ciascuna insieme da un ateneo europeo («all’inizio Italia, Francia, Spagna, Grecia e Portogallo») e da un ateneo dell’Africa, ciascuna con la metà dei professori di una sponda del Mediterraneo e l’altra metà dell’altra sponda, con la stessa proporzione fra gli studenti e con l’obbligo che ogni laureando trascorra la metà del tempo degli studi in una sede e l’altra metà nella seconda sede. «I corsi di studio – riflette Prodi – devono escludere soltanto quelli di cultura religiosa e di cultura politica. Ma devono includere tutti gli altri: economia, agronomia, ingegneria, matematica, fisica, biologia. Pensate come cambierebbe la fisionomia del Mediterraneo e come cambierebbero i sistemi di relazione se, in venti anni, mezzo milione di ragazzi e di ragazze si spostassero da una sponda all’altra del nostro mare. Avremmo una nuova classe dirigente. E, anche fra chi poi nella sua vita non sperimenterà posizioni di leadership, avremo nuovi cuori, nuove menti e nuovi occhi».

Nuove comunità condivise

Perché questo funzioni, occorre che non esista alcuna forma di vassallaggio da parte di nessuno: tutto deve essere 50 e 50, con l’eccezione degli impegni finanziari in cui, almeno all’inizio, l’Unione europea e i Paesi europei dovranno sostenere quote maggiori dei budget delle nuove università. «La tendenza storica – riflette Prodi – ha portato ad una rarefazione delle commistioni umane nel Mediterraneo. Sono rimasti gli scambi commerciali. Ma bisogna tornare a nuove forme di ibridazione antropologica e a nuove comunità condivise. Per secoli, come ha raccontato Fernand Braudel, il Mediterraneo è stato il centro del Mondo. A lungo, come scrive Lord Byron, in tutti i porti riecheggiavano gli accenti veneziani e napoletani. Smirne, Alessandria d’Egitto, Tunisi hanno ospitato interi quartieri di europei: pescatori e commercianti, agricoltori e maestri, artigiani e operai. Poi, tutto questo si è svuotato. E appunto sono rimasti soltanto i commerci, che però sono senz’anima».

Focus sul Mezzogiorno

In questo mosaico, compare anche il tassello del nostro Sud: «Il nostro Mezzogiorno – riflette Prodi – non può diventare soltanto un luogo di agricoltura o turismo, per i quali realizzare infrastrutture materiali. Serve il sapere. Servono le competenze. Servono università in grado di dialogare con gli Stati Uniti e con la Germania e capaci, anche, di diventare vere e proprie agorà del nuovo Mediterraneo che desideriamo costruire. Se il Mezzogiorno ha davanti a sé il nulla, non potrà compiere nessun passo in avanti».

Cultura come motore della Storia

L’intera iniziativa ha, poi, una specifica cifra geopolitica. L’Europa ha interesse a costruire una sinergia di nuovo tipo con il resto del Mediterraneo. «Oggi la Russia e la Turchia hanno aumentato tantissimo le loro sfere di influenza in Africa e in Medio Oriente – constata Prodi – ed esiste un tema di debolezza dei singoli Paesi europei sullo scacchiere Sud e di fragilità dell’Unione europea come organismo unitario. In questo momento, in Africa la Cina esercita una significativa influenza economica, politica e culturale, che è in grado di condizionare radicalmente le politiche interne dei singoli Paesi africani. La Russia non esprime un potere di questo genere, ma ha una presenza militare importante, indiretta, tramite le milizie della Wagner». La geopolitica è cambiata radicalmente: «Lo snodo strategico è evitare che possa esserci una fusione, anche temporanea e su obiettivi specifici, fra le due componenti: quella cinese e quella russa. Anche per questo, diventa essenziale costruire visioni alternative alle politiche egemoniche o alle politiche di influenza realizzate con gli strumenti dell’economia e delle armi. Diventa cruciale lavorare sulle visioni culturali e sulle idee del Mondo. La cultura come motore della Storia è oggi sottovalutata. Ma è invece uno dei suoi fuochi propulsori. E il progetto delle nuove università del Mediterraneo ne è parte integrante», conclude Romano Prodi.

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