Societa

Prodi, strana vita di un Professore prestato alla politica

di Dino Pesole

3' di lettura

A Bologna, la sua città, da sempre tutti lo chiamano semplicemente “Professore”. Ma nella biografia politica di Romano Prodi troviamo molto altro. Scrive Marco Ascione nell’introduzione al libro-intervista con Romano Prodi Strana vita, la mia, pubblicato da Solferino, che in effetti il cursus honorum del Professore è di tutto rispetto: docente universitario a Bologna, negli Stati Uniti e in Cina, ministro dell’Industria, due volte a capo dell’Iri e due volte presidente del Consiglio dopo aver battuto Silvio Berlusconi, presidente della Commissione europea e «quasi presidente della Repubblica, affossato da una congiura del suo partito».

In effetti il libro ci consegna il ritratto di un cattolico riformista con un solido ancoraggio alla sua terra, che attraversa da protagonista – successi e sconfitte – la stagione dell’Iri e quella delle privatizzazioni, fino all’ingresso nell’euro, in quello che Ascione definisce «un flusso che muta, lungo il solco degli aneddoti e delle riflessioni politiche». Prodi si racconta e lo fa con la consueta ironia, da appassionato ciclista che con caparbietà non si ritrae di fronte a sfide complesse. Strana vita, quella di un riformista “ma a modo suo”, che riconosce la Democrazia cristiana come il suo principale referente politico, senza però mai entrarvi in modo organico, di un cattolico che prova ad affrancarsi dalla disciplina della Chiesa, certamente atlantista «ma ostinato coltivatore del multilateralismo», che coltiva rapporti con personaggi come l’ex dittatore libico Muammar Gheddafi e il presidente russo Vladimir Putin. Una vita “strana”, ma fortunata.

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L’idea del libro prende avvio nel suo studio a Bologna, nell’estate del 2020. Una biografia? Un libro di memorie? In realtà quel che emerge dalla lettura non è né l’uno né l’altro. È una sorta di viaggio, in cui l’io narrante (Prodi) accetta – come sottolinea Ascione – di fare i conti non solo con i propri successi, ma con gli errori commessi. La politica la segue e la mastica da sempre. Ha fondato l’Ulivo e poi ha assistito al suo naufragio. È arrivato a un passo dal Colle, e poi è stato impallinato dai famosi “101 franchi tiratori” nell’aprile del 2013 («furono almeno 118 o 120. I loro nomi? Ne ho sentiti fare alcuni, ma è indicativo che a distanza di tanti anni ancora non si sappia chi si schierò contro di me»). Ma prima di lui ne aveva fatto le spese Franco Marini, candidato al Colle in virtù di un patto tra Bersani e Berlusconi che si incagliò a 521 voti contro i 672 necessari.

Da “padre nobile” ha fatto un “passo di lato”, seguendo però da vicino le alterne vicende del Pd, ora guidato da un personaggio a lui molto vicino come Enrico Letta. Quello che ci viene proposto è un racconto fluttuante, il ritmo è nel susseguirsi degli eventi. Un racconto non asettico, al contrario dai tratti sanguigni, come quando si racconta del faticoso aggancio al gruppo di testa dei Paesi aderenti alla moneta unica, nel 1997-1998. Il successo era indubbio, poi gli eventi successivi ci hanno restituito un’Europa in preda a pulsioni rigoriste negli anni dell’attacco speculativo all’eurozona, miope nel gestire la crisi, con l’Italia nell’occhio del ciclone in quel funesto autunno del 2011.

Ora siamo in un altro mondo (come poteva essere diversamente con la pandemia?) e in Europa sono stati infranti molti tabù. Nei mesi che seguirono il sì all’ingresso dell’Italia nell’euro – lo sottolinea con efficacia un passaggio del libro – si consumò l’inizio e la fine del governo Prodi. Giulio Santagata, consigliere economico del professore la sintetizza così: «Romano, è partita la caccia alla volpe e la volpe sei tu».

Nell’ottobre di quello stesso anno Fausto Bertinotti rende esplicito lo strappo. Il voto di fiducia al governo non passa per un solo voto. E poi a ritroso, di grande interesse i passaggi sul rapporto con il suo maestro Andreatta («tanti anni di cammino insieme e non abbiamo mai usato il tu», racconta il professore). Al pari del rapporto con Cuccia, degli anni all’Iri controversi e faticosi, le missioni in qualità di presidente del gruppo di lavoro Onu-Unione africana, gli scambi di battute con Jacques Chirac e con Helmut Kohl, i dissidi con Massimo D’Alema, la profonda distanza con Berlusconi contro cui ha combattuto per vent’anni. Il Professore e il Cavaliere. Nel tempo – chi l’avrebbe detto? – non sono mancate convergenze sulle politiche europee. Alla fine, come è noto, «la vecchiaia porta saggezza».

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