la frenata del pil

Prodotto e tassi, impatto di 8-10 miliardi sui conti 2018-2019

di Dino Pesole

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(Ikon Images / AGF)

3' di lettura

La frenata del Pil causerà un effetto di trascinamento sul 2019, con impatto immediato sui conti pubblici. Per le cifre esatte occorrerà attendere il risultato dell’autotassazione di novembre, e tuttavia fin d’ora si può ipotizzare un impatto complessivo sui conti pubblici nel 2018-2019 tra gli 8 e i 10 miliardi. È il combinato dei circa 3,5 miliardi di maggior deficit attesi quest’anno (dall’1,6 all’1,8%), diretta conseguenza di una crescita inferiore dello 0,4% rispetto all’ultima stima, e dell’impatto del rallentamento dell’economia nel 2019. Con l’aggiunta della maggiore spesa per interessi causata dall’aumento di 100 punti dello spread acquisito finora rispetto allo scenario ante elezioni del 4 marzo.

Il che porterà a rivedere al rialzo il costo del servizio del debito, fissato al 3,5% del Pil sia quest’anno che il prossimo. Tutte revisioni di cui si appresta a dar conto la Nota di aggiornamento al Def che il governo approverà entro il 27 settembre. Il nuovo quadro delle variabili macroeconomiche, decisamente meno incoraggiante rispetto a quanto previsto la scorsa primavera, orienterà le decisioni di politica economica da affidare alla legge di Bilancio di metà ottobre. Per il Pil 2018, alla luce dei dati diffusi ieri dall’Istat, si va verso una crescita tendenziale nei dintorni dell’1-1,1%, contro l’1,5% previsto dal Def, con il risultato che la stima per il 2019 dovrà essere anch’essa rivista al ribasso (si ipotizza lo 0,4% in meno) rispetto all’1,4% dell’ultima previsione. Non potrà dunque essere confermato il target di un deficit 2019 attorno allo 0,8%, con il rischio concreto (da scongiurare per le possibili reazioni dei mercati) che si arresti la dinamica di discesa del debito. Stando agli ultimi documenti di finanza pubblica si dovrebbe passare quest’anno al 130,8% rispetto al 131,8% del 2017, e al 128% nel 2019. Se la crescita (e dunque il denominatore) diminuisce, il debito rischia di aumentare. Servirebbe un po’ più di inflazione, poiché il target è espresso in termini nominali, ma è difficile prevederlo al momento. I mercati – come mostra il risultato dell’asta dei Btp di due giorni fa con il rendimento del decennale salito di 10 punti base rispetto all’asta precedente – sono in attesa su entrambi i fronti. Per quel che riguarda la variabile esogena, si guarda alla prossima normalizzazione della politica monetaria con l’addio graduale al Quantitative easing. Per la parte domestica, l’appuntamento chiave è con le decisioni che il governo assumerà in autunno con la manovra di Bilancio.

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Certo, tra le cause che hanno determinato la frenata del Pil, non si può trascurare l’effetto della cosiddetta guerra dei dazi, annunciata finora prima ancora che attuata. Non sfugge che sul piano decisivo delle aspettative prevalga al momento un atteggiamento di prudenza tra le imprese e i consumatori. In autunno, quando la legge di Bilancio sarà definita, la reazione dei mercati potrebbe anche essere più marcata, con il rischio di un’ulteriore revisione delle variabili di finanza pubblica. Ben si comprende allora la cautela del ministro dell’Economia, Giovanni Tria, che non a caso – e differentemente da quanto dichiarato dal vice premier Luigi Di Maio – prevede un percorso pluriennale a tappe per la realizzazione dei punti cardine del contratto di governo: flat tax, reddito di cittadinanza, revisione della legge Fornero. L’impatto a regime delle tre misure supera i 100 miliardi, e dunque pare arduo ipotizzarne l’approvazione in tempi brevi. Accanto al tema decisivo delle coperture per gli interventi in agenda, tutte da individuare, resta il nodo delle clausole Iva da disinnescare (come?) e delle spese indifferibile da rifinanziare: 12,4 miliardi nel primo caso, tra i 3 e i 4 miliardi nel secondo. È ipotizzabile che si possa ricorrere a nuova flessibilità europea? In parte sì, provando a motivare la richiesta proprio con il rallentamento dell’economia. Occorrerà superare non poche resistenze e obiezioni, non ultima la linea ufficiale espressa dalla Commissione: la riduzione del deficit strutturale chiesta al nostro Paese (10 miliardi nel 2019, 5 miliardi nell’anno in corso) è variabile indipendente rispetto alle oscillazioni del ciclo economico. Si potrà contrattare, ma non sarà una passeggiata.

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