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Produttività e debito, due parole scomode e dimenticate

È sì sceso assieme allo spread il costo che lo Stato paga per gli interessi e i rapporti con l'Europa sono migliorati. Tuttavia è un fatto che la “stagione riformatrice” si è rivelata finora un guscio vuoto

di Guido Gentili

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(EtiAmmos - stock.adobe.com)

È sì sceso assieme allo spread il costo che lo Stato paga per gli interessi e i rapporti con l'Europa sono migliorati. Tuttavia è un fatto che la “stagione riformatrice” si è rivelata finora un guscio vuoto


2' di lettura

Alcuni retroscena politici indicano che il premier Giuseppe Conte starebbe già lavorando per presentare, a gennaio 2020, “l’agenda 2023”. Un modo per ricompattare la sua maggioranza di governo a 4 (Mov5Stelle, Pd, Leu e ItaliaViva) e riprendere il cammino verso l’orizzonte del 2023, quando è previsto il termine naturale dell’attuale legislatura.

In effetti, dopo appena 90 giorni dall’esordio del governo Conte2, succeduto a quello Conte1 fondato sul contratto tra Mov5Stelle e Lega e con Luigi Di Maio e Matteo Salvini plenipotenziari, la scena imporrebbe una qualche svolta. Le prospettive del Conte2, certificate il 9 settembre nel discorso per la fiducia alla Camera, sono evaporate ad una velocità impressionante. «Italia del futuro», «la società che vogliamo consegnare ai figli e nipoti», «un patto sostenibile in una dimensione intergenerazionale», «un progetto politico che segna l’inizio di una nuova e risolutiva, stagione riformatrice», «una visione che si sviluppa in un orizzonte temporale ampio, che abbraccia l’intero arco della legislatura».

Ma la veduta, sfiancata da subito dalle divisioni micro e macro all’interno della maggioranza e punteggiata dall’emersione di casi tipo Ilva e Alitalia fino alla diatriba sul Mes (e gli esempi potrebbero continuare), si è rivelata corta. Cortissima. La svolta di politica economica, ancorata com’era a non mettere in discussione le due bandiere del Conte1 (Reddito di cittadinanza e pensioni quota 100) ha scelto, per stare all’essenziale, una rotta di galleggiamento per comprare tempo, più che decidere. Da qui crescita bassa, fisco alto, spending review non pervenuta, debito pubblico in salita.

Vero, è sceso assieme allo spread il costo che lo Stato paga per gli interessi e i rapporti con l’Europa sono migliorati. Tuttavia è un fatto che la “stagione riformatrice” si è rivelata finora un guscio vuoto e che l’Italia, dati alla mano, continua a divergere significativamente dal resto dell’Europa. Mentre è sempre aperta la porta dei veti incrociati e dei conseguenti accordi al ribasso, come dimostra il braccio di ferro sulle misure fiscali. Risultato: a tre settimane dal termine ultimo per approvare la legge di bilancio (31 dicembre) il profilo della manovra è ancora incerto ma è certo che non sarà quella profilata all’inizio.

Che poi, a gennaio, prenda addirittura forma la nuova “agenda 2023” si vedrà. Magari, nel caso, sarebbe utile un focus sulla produttività decrescente e sul debito in lievitazione, le due parole scomode e dimenticate (dall’intero arco costituzionale, si diceva una volta) senza le quali l’invocazione della crescita risulta anche solo verbalmente un esercizio privo di significato.

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