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Produttività e riforme strutturali, ecco il deficit dell’Italia verso Madrid

di Xavier Vives

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La linea di assemblaggio nello stabilimento Seat di Martorell, vicino a Barcellona

3' di lettura

L’instabilità politica in Europa, con il tortuoso processo della Brexit, l’ascesa del populismo (sia a Ovest che a Est) e soprattutto la situazione in Italia suscitano timori per il futuro della moneta unica. La Spagna è un problema per l’euro al pari dell’Italia, e allora perché in questo momento l’Italia è indicata come l’elemento potenzialmente più destabilizzante?C’è la percezione che la Spagna se la stia cavando meglio dell’Italia. Il reddito pro capite italiano, oggi (dati del 2017), è più o meno uguale al livello che aveva quando è stato adottato l’euro, mentre quello spagnolo è notevolmente superiore, nonostante il tracollo seguito alla crisi. La crescita della produttività nell’economia italiana è ferma al palo ed è più bassa di quella spagnola. Il peso del debito pubblico sul prodotto interno lordo supera il 130%, mentre in Spagna è sotto al 100%, nonostante l’enorme incremento registrato dopo la crisi.

La Spagna ha quattro vantaggi rispetto all’Italia, due nell’immediato e due più a lungo termine. I due vantaggi immediati sono una società e un’economia più flessibili, insieme a un sistema politico meno disfunzionale. Quelli a lungo termine, collegati ai primi due, sono riconducibili alle differenze nelle risposte alla crisi: la Spagna ha proceduto a una ristrutturazione del settore bancario (anche se qualche problema in sospeso è rimasto) e a una riforma del mercato del lavoro che ha introdotto più flessibilità (anche se il costo sociale è stato pesante ed è stata mantenuta la segmentazione fra contratti a tempo indeterminato e contratti a tempo determinato). Anche così, il rischio di povertà in Italia è simile a quello della Spagna. La differenza tra Spagna e Italia è che nel primo caso fare riforme strutturali è molto difficile, mentre nel secondo caso appare impossibile.

La coalizione populista fra la destra della Lega Nord e la pseudosinistra del Movimento 5 Stelle, in Italia, ha deciso che è elettoralmente redditizio sfidare l’Unione Europea. È difficile che il Governo italiano riesca a far quadrare i conti, avendo promesso contemporaneamente un reddito di cittadinanza e un taglio delle tasse. La strategia della coalizione populista a un certo punto è sembrata emulare quella del ministro greco Yanis Varoufakis, quando minacciava di portare la Grecia fuori dall’euro. In quell’occasione la Grecia non rappresentava un problema sistemico per l’Eurozona, e Atene non aveva nessun piano B per uscire dall’euro. Un abbandono della moneta unica da parte dell’Italia, invece, provocherebbe una crisi sistemica nell’Eurozona.

Questo abbandono potrebbe avvenire in diversi modi: l’introduzione di una valuta parallela per le «transazioni interne», valida per pagare le tasse, sarebbe uno di questi (come quando in Argentina furono introdotti i patacones come mezzo di pagamento). Più probabilmente, un’uscita dall’euro potrebbe avvenire sotto la pressione dei mercati obbligazionari: il premio di rischio dei titoli di Stato italiani rispetto a quelli tedeschi, lo spread, è quasi il triplo di quello della Spagna; un suo incremento deprezzerebbe i titoli di Stato detenuti dalle banche italiane, mettendole in gravi difficoltà. È un esempio del doom loop, il circolo vizioso tra Stato e banche.

L’Italia è ricca, soprattutto al Nord. Ha un buon livello di capitale umano, nonostante l’emigrazione dei giovani. Il suo debito pubblico in buona parte è nelle mani di residenti e se si esclude il servizio del debito i conti pubblici sono in attivo. Detto questo, l’inefficacia delle sue istituzioni e dei Governi che si sono succeduti è palese, e il periodo di predominio dei giudici (Tangentopoli) ha lasciato il posto all’era Berlusconi e a quello che si è lasciata dietro. La Spagna può trarre degli insegnamenti, da questo punto di vista.

L’Italia ha bisogno di riforme strutturali che accrescano la produttività. Sia la Spagna che l’Italia erano abituate a svalutare la loro moneta per guadagnare competitività. La Spagna ha dimostrato, pagando un costo sociale elevatissimo, che è possibile recuperare competitività rimanendo nel quadro della moneta unica. L’Italia sembra incapace di riuscirci. Il Paese avrebbe tutto da guadagnare se il Governo di coalizione introducesse nell’economia riforme che favoriscono la crescita a lungo termine, facendo leva sullo stimolo a breve termine offerto da un disavanzo più alto di quello che probabilmente piacerebbe a Bruxelles. Altrimenti, se la coalizione si limiterà a guardare al breve termine e a rispettare le promesse incompatibili fatte all’elettorato, l’Italia, e quindi l’euro, continuerebbero a vivere sul filo del rasoio, con il rischio che l’anello debole della moneta unica si spezzi. L’Italia metterà alla prova l’euro come ha fatto la Grecia: con la differenza che il Pil italiano è quasi dieci volte superiore a quello greco.

Professore di economia e finanza presso la IESE Business School
(Traduzione di Fabio Galimberti)

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