FANALINO DI CODA

Produttività italiana, l’impietosa classifica dell’Ocse

di Giuliana Licini


5' di lettura

L'Italia è la maglia nera tra i Paesi industrializzati per i livelli di produttività non solo dalla crisi a oggi, ma almeno dal 2001 (e anche prima). A pesare negli anni più recenti è inoltre il fatto che la maggior parte dei nuovi posti di lavoro riguarda settori con una produttività relativamente bassa, come è avvenuto, del resto, in altri Paesi, tra cui Usa, Gran Bretagna e Spagna.

È quanto emerge dal «Compendio degli indicatori sulla produttività», realizzato dall'Ocse, che segnala un rallentamento rispetto agli anni pre-crisi della crescita della produttività nell'intera area dei Paesi industrializzati. In Italia la situazione risulta un po' diversa, ma sempre da fanalino di coda: tra il 2010 e il 2016 la produttività, intesa come Pil per ora lavorata, è aumentata solo dello 0,14% medio annuo, il dato peggiore dopo quello della Grecia (-1,09%).

Ma tra il 2001 e il 2007 la Penisola è ultima in assoluto con una flessione dello 0,01% annuo, con l'unico segno meno, per quanto contenuto, tra i circa 40 Paesi presi in considerazione dal rapporto. Nell'insieme, una situazione di produttività quasi immobile. Tra il 2010 e il 2016 la palma per la crescita della produttività nell’area Ocse va all'Irlanda con +6,12%, seguita dal Costa Rica (+3,07%) e dalla Turchia (+3,06%). La Germania segna +1,04% (ma nel 2001-2007 era +1,33%), la Francia +0,84% (dopo +1,21%), la Gran Bretagna +0,23% (da 1,98%), il Giappone +0,85% ( da +1,36%)e gli Usa +0,36% (da +2,03%). La crescita media della produttività per l'intera Ocse è passata dal +1,77% del 2001-2007 allo 0,80% del 2010-2016 e per l'area euro dall'1,01% allo 0,95%.

Il rallentamento della produttività - rileva l'Ocse - ha riguardato soprattutto il settore manifatturiero e il divario tra grandi gruppi e piccole imprese resta ampio. La forte incidenza di lavori a bassa produttività ha pesato sui salari medi e sebbene ci sia una ripresa della produttività negli anni più recenti, in molti settori i salari continuano ad avere una dinamica inferiore a quella della produttività. «La mancata correlazione tra la crescita dei salari e quella della produttività che vediamo in molti Paesi Ocse può essere un fattore di disparità di reddito e ricchezza», ha commentato Martin Durand, la responsabile delle Statistiche Ocse.

L'Ocse sottolinea che in fine dei conti la produttività è una questione di «lavorare in modo più intelligente» più che semplicemente «lavorare di più» e riflette la capacità di un'azienda di produrre di più, combinando meglio i vari fattori della produzione attraverso nuove idee e innovazioni tecnologiche come pure dei processi e dell'organizzazione. E non è certo un caso se la maglia rosa della produttività, l'Irlanda, ha il primato anche degli investimenti in prodotti della proprietà intellettuale, come Ricerca & Sviluppo e software, che nel 2016 hanno toccato il 56% degli investimenti totali.

In base allo studio dell'Ocse, in Italia l'incidenza degli investimenti in prodotti di proprietà intellettuale nel 2016 era pari solo al 16,6%, partendo nel 1995 dall'11,5%, dato che allora era superiore a quello irlandese (9,5%). L'Irlanda ha investito quasi il 39% del totale in R&D contro il 7,33% italiano, inferiore anche al dato del Portogallo (8,09%) e della Grecia (8,17%). Va meglio per gli investimenti in Ict che nel 2016 erano il 15,8% del totale, ma nel 1995 erano già il 13%. In questo caso il primato va alla Nuova Zelanda (25%), seguita dall'Olanda(23%) e dalla Francia 21%) e dagli Usa (20%). Se si considera la cosiddetta produttività multifattoriale - che prende in conto l'efficienza totale con cui lavoro e capitale sono utilizzati nel processo produttivo e che cattura tra gli altri aspetti anche l'evoluzione tecnologica- la situazione italiana è ancora peggiore e inanella solo segni negativi. Nell'insieme è -0,20% medio annuo dal 1995 al 2016, con un -0,49% tra il 2001 e il 2007 e -0,01% tra il 2010 e il 2016. Anche in questo caso maglia nera assicurata per la Penisola, con Corea al primo posto (+2,5% medio annuo) tra il 1995 e il 2016, seguita dall'Irlanda (+1,81%).

L'Irlanda ha investito quasi il 39% del totale in R&D contro il 7,33% italiano, inferiore anche al dato del Portogallo (8,09%) e della Grecia (8,17%)

Se si guarda agli ultimi dati disponibili, quelli del 2016, la produttività del lavoro (Pil per ora lavorata) è in calo dello 0,74%, dopo 3 anni di crescita e, andando molto a ritroso contro, ad esempio, il +4,11% del 1994 o il quasi 6% del 1976. La produttivita' multifattoriale, inoltre, nel 2016 segnava per l'Italia -0,16% e il capitale a disposizione di ogni lavoratore era in calo dello 0,58%. La produttività del capitale tra il 1995 e il 2016 in Italia accusa una flessione media dell'1,44% su base annua, con -1,75% tra il 2001 e il 2007, solo in parte mitigato dal -0,33% tra il 2010 e il 2016. Quanto al rapporto tra aumento dell'occupazione e rallentamento della produttività, il rapporto sottolinea che nelle principali economie Ocse tra il 2010 e il 2016 l'aumento dei posti di lavoro in attività con una produttività inferiore alla media è stata da 2 a 4 volte più alta rispetto a quella in comparti con produttività superiore alla media. Negli Usa ad esempio nel 2016 c'erano 9,7 milioni di posti di lavoro in settori a bassa produttività in più rispetto al 2010 contro i 2,4 milioni in piu' nei settori a maggiore produttivita'. In Germania erano 1,5 milioni e 0,6 milioni rispettivamente e in Francia 0,4 e 0,2 milioni. L'Italia, dove prevale pero' il segno meno per l'occupazione, segna -0,02 milioni di posti di lavoro nei settori meno produttivi e -0,2 milioni nei settori con produttività maggiore.

Nel dettaglio, nella Penisola tra il 2010 e il 2016 i tre settori con la maggiore creazione di occupazione sono stati ristorazione e servizi di alloggio (214mila posti di lavoro netti), attività domestiche (cioè le famiglie come datori di lavoro con 135mila posti) e le attività di assistenza e lavoro sociale (88mila). In tutti e tre i casi si tratta di comparti con una produttività inferiore alla media. Tra i Paesi del G7 la Francia e' l'unica ad esibire una parte dei nuovi posti di occupazione in settori ad alta produttivita', ovvero i 94 mila posti netti creati nel settore legale, contabilita' e consulenza. Nello stesso periodo i tre settori che hanno distrutto il maggiore numero di posti di lavoro in Italia sono le costruzioni (-403mila), la pubblica amministrazione, la previdenza e la difesa (-120mila), l'agricoltura e l'allevamento (-66mila).

Più posti in settori a bassa produttività significa anche più posti a basso salario e questo contribuisce a spingere verso il basso i salari medi dell'economia nel suo insieme. In base alle statistiche Ocse, in Italia tra il 2010 e il 2016 i compensi reali orari sono diminuiti al tasso medio annuo dello 0,38% a fronte di un valore aggiunto pari a +0,21%. Si tratta del quinto peggiore andamento sui 34 Paesi Ocse e segue l'aumento dello 0,75% tra il 2001 e il 2007. Il costo unitario del lavoro, invece, tra il 2001 e il 2016 è aumentato del 2,03% medio annuo, con +2,98% tra il 2001 e il 2007 e +0,69% tra il 2010 e il 2016. Si tratta dell'aumento maggiore del G7 a fronte di una produttività immobile nel 2001-2016 (+0,01%). In Germania, a fronte di un aumento della produttività dello 0,95%, il costo unitario del lavoro è salito dell'1%. In Giappone segna +1,01% per la produttività e -1,25% per il costo del lavoro.

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