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Professionisti e digitale: solo il 9% degli studi investe forte sull'innovazione

Indagine dell'Università di Pavia, Si-Net e Accademia dei Commercialisti. Denicolai: «Chi cresce a ritmi maggiori, mostra più cultura del digitale»

di Andrea Fontana

(alfexe - stock.adobe.com)

3' di lettura

(Il Sole 24 Ore Radiocor Plus) - Meno di uno studio professionale su 10 scommette forte sul digitale investendo per trasformare la propria attività, una minoranza mette le competenze digitali al centro della formazione dei propri partner. Ma i best performers, le realtà a maggiore crescita, dimostrano di credere nel futuro offerto dalle innovazioni tecnologiche. Una indagine realizzata dall’Università di Pavia, in collaborazione con Si-Net e Accademia dei Commercialisti, fa l’esame di maturità digitale ai professionisti.

Un mondo a due velocità

«Dallo studio emerge un mondo a due velocità con poche vie di mezzo – spiega Stefano Denicolai, professore di Innovation management all’Università di Pavia, per la newsletter DigiTales, realizzata in collaborazione tra Radiocor e la pmi innovativa Multipartner – C’è una realtà oggettivamente indietro sul digitale più per un tema di cultura e di competenze che di fondi a disposizione: non c’è cioè la consapevolezza di cosa sia il digitale e della perdita di opportunità. Accanto ad essa c’è un’altra realtà che è fatta da studi professionali preparatissimi, spesso guidati da giovani. Quando parliamo della necessità di infrastrutture per le imprese, soprattutto per le piccole, non possiamo riferirci solo a quelle della mobilità, dell’energia o della connessione dati, c’è una infrastruttura della conoscenza per le aziende che deve essere rappresentata anche sui temi dell’innovazione e del digitale dai professionisti che le affiancano e che possono avere un ruolo vitale».

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Due su 3 non superano i 5mila euro di investimenti annui

La ricerca ha misurato la vocazione al digitale di circa 500 studi italiani, in larga maggioranza commercialisti ma anche avvocati e consulenti del lavoro, per il 50% con sede in Lombardia. Nell’ultimo triennio quasi due studi su tre hanno speso in media non più di 5mila euro all’anno in soluzioni e applicativi digitali, ma c’è anche una quota del 9,2% che sta spingendo sull’acceleratore investendo oltre 15mila euro. Nel campione analizzato emergono nette differenze rispetto al fatturato e al numero dei dipendenti degli studi considerati: se è vero che chi supera i 500mila euro annui di fatturato investe in media 15.535 euro all’anno, d’altro canto il 70% di questa fascia di giro d’affari è sotto la media; nella fascia intermedia (250-500mila euro di fatturato) la media di investimenti in digitale “crolla” intorno ai 6.700 euro e solo un 5% si distingue arrivando 15mila euro annui.


Diversa la fotografia se si guarda al numero dei dipendenti. Gli studi con oltre 20 dipendenti hanno una media annua di investimenti di 26.650 euro e uno su quattro supera quota 30mila. Gli studi tra i 5 e i 20 dipendenti raggiungono una media di 13600 euro circa ma uno su quattro supera i 15mila. Gli investimenti, fa notare Denicolai, aumentano all’aumentare della dimensione dello studio ma non in modo proporzionale rispetto alla crescita di fatturato o di dipendenti: la vera leva di sviluppo del digitale è il capitale umano e non il fatturato poiché gli investimenti crescono di più al crescere delle persone che lavorano nello studio rispetto al caso della crescita del volume d’affari.

Dal digitale di base all’urgenza di innovazione

Niente blockchain, IA o sistemi particolarmente evoluti: le risorse guardano principalmente a soluzioni gestionali e di automazione delle attività core, mentre ancora si pensa poco a servizi aggiuntivi per il cliente che facciano leva su dati e innovazione. «Occorre fare un passo alla volta: l’adozione di cartelle condivise, di sistemi dei processi e del cloud sono soluzioni basiche ma già importanti, poi arriverà anche il tempo dei big data e dell’intelligenza artificiale – aggiunge Denicolai – Bisogna però essere coscienti che, per gli studi poco innovativi, il tempo non è molto perché soluzioni di IA si apprestano a svolgere molte attività tradizionali e stanno nascendo start up in grado di scrivere contratti in modo automatizzato. Non sarà l’intelligenza artificiale a togliere il lavoro ai professionisti, ma saranno gli studi professionali che la sanno usare che porteranno via il lavoro agli altri».

Il binomio crescita-innovazione

Un primo identikit di chi si trova in prima fila per svolgere questo ruolo lo indica anche l’indagine dell’Università di Pavia. Gli studi che nell’ultimo triennio sono stati capaci di aumentare in modo costante il giro d’affari, almeno il 10% ogni anno, sono anche quelli che rilanciano sull’innovazione: da una parte con investimenti in soluzioni digitali superiori alla media (+65%), dall’altra parte puntando sul capitale umano a disposizione e insistendo sulla formazione e sull’aggiornamento in maniera molto più marcata dei concorrenti (+43%). Ciò non significa che il digitale sia la causa della crescita, ma che chi corre di più tra gli studi professionali ha un’attenzione all’innovazione superiore agli altri.

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