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Profili fiscali e antiriciclaggio dei cryptoasset

Sotto il profilo fiscale, i cryptoasset presentano similitudini sia con le valute aventi corso legale, sia con gli strumenti finanziari, sia, infine, con i beni

di Cristina Di Biase*

(Sputnik)

3' di lettura

Il fenomeno dei cryptoasset è in continua espansione a causa del crescente interesse per criptovalute e token, nelle loro diverse applicazioni a carattere finanziario e non, relative ai settori più disparati (collezionismo d'arte, gaming, moda, food).

Sotto il profilo fiscale, i cryptoasset presentano similitudini sia con le valute aventi corso legale, sia con gli strumenti finanziari, sia, infine, con i beni. Tuttavia l'eterogeneità delle caratteristiche e delle finalità dei cryptoasset (di scambio, di investimento, di acquisto di diritti su beni, di attribuzione di utilità) rende difficile determinarne univocamente e a priori il corretto trattamento fiscale. Per tale ragione, pochi sono i Paesi che hanno introdotto una normativa ad hoc per detti strumenti, risultando prevalente l'elaborazione di orientamenti di prassi. Ad esempio, l'Agenzia delle Entrate ha espresso l'avviso che le criptovalute siano assimilabili alle valute estere agli effetti dell'imposizione dei redditi privati.

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Quanto invece alla prevenzione dei rischi di utilizzo dei cryptoasset per finalità di riciclaggio o di finanziamento del terrorismo, l'ordinamento italiano è stato tra i primi a regolare il fenomeno, in anticipo rispetto al legislatore europeo, anche se il quadro normativo è ancora privo di attuazione. In particolare, il vigente d.lgs. n. 231/07 ha introdotto la definizione di “valuta virtuale”, che ricomprende tutte le rappresentazioni digitali di valore che possono essere trasferite e scambiate elettronicamente per l'acquisto di beni e servizi o per finalità di investimento. Lo stesso decreto prevede che i prestatori che svolgono in modo professionale, anche on line, servizi su tali asset virtuali (ad esempio le piattaforme di trading o scambio, cd. exchange) e i prestatori di servizi di portafoglio digitale (i cd. wallet provider) devono adempiere gli obblighi antiriciclaggio e quindi identificare i clienti, determinarne il profilo di rischio, verificare lo scopo e la natura del rapporto, individuare e valutare eventuali operazioni sospette di riciclaggio.

Tuttavia, l'impianto normativo è per il momento privo di attuazione in quanto non è stato ancora emanato il decreto del MEF volto a disciplinare le modalità di popolamento della sezione dell'albo dei cambiavalute tenuto dall'OAM (Organismo degli Agenti in attività finanziaria e dei Mediatori creditizi), alla quale detti prestatori di servizi devono iscriversi per poter operare in Italia.

Guardando al panorama europeo, la proposta di AML package della Commissione del luglio scorso estende l'applicazione dei presidi antiriciclaggio a tutti i prestatori di servizi su cryptoasset, come definiti dalla proposta di Regolamento MiCA, con ciò realizzando un allineamento integrale delle relative disposizioni. Occorrerà tuttavia verificare se tale allineamento permarrà in considerazione del possibile ridimensionamento dell'ambito applicativo del Regolamento MiCA delineatosi nel corso del negoziato, che condurrebbe all'esclusione da tale ambito degli NFT.

In ogni caso gli operatori in cryptoasset (ad es. exchange e wallet provider), in quanto “operatori non finanziari”, non saranno soggetti ai poteri di vigilanza diretta e indiretta che l'AMLA, la nuova Autorità centrale europea in materia di antiriciclaggio, potrà esercitare sugli intermediari bancari e finanziari. Saranno invece tracciati in ambito UE i dati identificativi degli ordinanti e beneficiari di trasferimenti di cryptoasset che avvengano per il tramite di detti operatori.

Resta aperto il tema degli operatori su cryptoasset attivi in paradisi fiscali o in Paesi con presidi normativi e di controllo antiriciclaggio insufficienti o inadeguati, che potrebbero consentire ai loro clienti di sfruttare il semianonimato delle operazioni su tali strumenti per trasferire denaro verso altri exchange stranieri sino a far perdere le tracce.

Infine, non può non notarsi che rimangono fuori dal circuito di applicazione dei presidi antiriciclaggio le operazioni eseguite su piattaforme di finanza decentralizzata (DeFI) o peer to peer tra utenti che non si avvalgono di exchange o wallet provider e di cui sono note solo le chiavi pubbliche, ma non i dati identificativi dei titolari effettivi.

*Responsabile dell'Ufficio Accertamenti Ispettivi su Fenomeni Abusivi e Antiriciclaggio della Consob

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