ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùLe conseguenze della guerra

Profughi dall’Ucraina, il 60% chiede i 300 euro

Quasi 93mila le domande del contributo diretto Non decolla ancora il sistema dell’accoglienza tramite il Terzo settore

di Bianca Lucia Mazzei e Valentina Melis

Che fine hanno fatto i rifugiati

4' di lettura

A sei mesi dall’inizio della guerra scatenata in Ucraina dall’invasione russa del 24 febbraio, il 60% dei quasi 160mila profughi ucraini arrivati nel nostro Paese ha ottenuto il contributo di sostentamento da 300 euro mensili, per tre mesi, più 150 euro (sempre mensili) per ciascun minore, previsto dal decreto legge 21/2022. L’aiuto diretto – con i soldi liquidi da ritirare presso gli uffici postali – già incassato da 61mila adulti e 33mila minori, è stata dunque la tipologia di sostegno più usata dai cittadini ucraini in fuga dalla guerra. Le richieste sono state 92.871 e ciascuna può riguardare più di una persona, perché la domanda dell’adulto include anche i minori.

Ha incontrato invece maggiore difficoltà la partenza dell’accoglienza diffusa (il canale di aiuto potenzialmente più innovativo, previsto dal Dl 21/2022 in collaborazione con il Terzo settore). Sono state infatti firmate solo nove delle 20 convenzioni previste fra la Protezione civile e gli enti del Terzo settore che hanno messo a disposizione posti per l’accoglienza. Ed è ormai chiaro che dovrà trattarsi di posti nuovi, destinati principalmente agli ucraini ancora ospitati negli alberghi, che non includono quindi i rifugiati già alloggiati presso le famiglie. Ritardi ed esclusioni hanno spinto i profughi a optare per il contributo diretto (le due formule sono alternative), portando le richieste a superare il tetto di 80mila beneficiari fissato dal Dl 50/2022, che aveva innalzato la soglia di 60mila beneficiari prevista dal Dl 21/2022. Un limite che – spiega la Protezione civile – è stato però parametrato rispetto al contributo da 300 euro per gli adulti: la forte presenza di minori (ai quali spettano come detto 150 euro) ha quindi consentito di superarlo.

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A questi due canali di aiuto per gli sfollati si affianca quello dei centri già esistenti che ospitano i migranti (Cas e Sai), usati però da una percentuale minore di ucraini.In tutto, le risorse destinate all’accoglienza dal Governo Draghi ammontano a oltre 900 milioni. Più di un terzo (318 milioni) sono stati destinati a finanziare il contributo di sostentamento e l’accoglienza diffusa (si veda Il Sole 24 Ore del 9 maggio). Le spese legate alla protezione temporanea dovranno poi essere coperte da fondi europei.

Il contributo diretto

Finora sono entrati in Italia 159mila profughi (fonte Unhcr): oltre 150mila hanno chiesto il permesso di soggiorno per protezione temporanea in base alla direttiva Ue 2001/55/Ce, attivata per la prima volta a favore degli ucraini. Il permesso consente di chiedere il contributo di sostentamento e di lavorare.

Le richieste di contributo, possibili da inizio maggio, vanno presentate tramite la piattaforma telematica che si trova sul sito della Protezione civile. Sono poi i beneficiari a decidere se destinare una parte dei fondi a chi li ospita. La ratio è quella di un aiuto temporaneo, che possa aprire la strada all’inserimento lavorativo e quindi all’autonomia di chi decide di restare in Italia o vi è costretto perché non può rientrare in patria. Finora sono stati erogati 36 milioni di euro.

L’accoglienza diffusa

Nelle scorse settimane sono state siglate le poche convenzioni sottoscritte con gli enti del Terzo settore (nove su 20), necessarie perché le organizzazioni possano attivare l’accoglienza e ricevere i contributi.

I ritardi sono dovuti ai passaggi burocratici e all’abbondante documentazione richiesta alle organizzazioni. Le convenzioni già firmate riguardano 5.219 posti dei 17mila messi a disposizione dagli enti del Terzo settore che hanno risposto all’avviso della Protezione civile, e che sono scesi a 13.197 dopo il congelamento delle quattro proposte provenienti da Sicilia, Calabria e Basilicata, perché in queste Regioni non ci sono rifugiati accolti in albergo. Il primo obiettivo è infatti spostare i rifugiati accolti negli alberghi, dove la spesa statale è di circa 60-70 euro al giorno per ogni profugo: quasi il doppio rispetto al contributo di 33 euro al giorno previsto per le organizzazioni del Terzo settore, che comprende anche i servizi di assistenza (fino all’inserimento scolastico e lavorativo).

«I ritardi sono stati causati da una mole di controlli legittimi, ma che mal si conciliano con l’emergenza», dice Oliviero Forti, responsabile politiche migratorie della Caritas italiana che ha firmato una convenzione con la Protezione civile per 1.489 posti. Molto tempo lo hanno richiesto anche le intese di di partenariato con i Comuni. «L’accoglienza avverrà in 28 diocesi – aggiunge Forti – e per ciascuna servono tante intese quanti sono i Comuni dove si trovano gli alloggi».

Il Terzo settore, attivo nell’accoglienza fin dall’inizio, ha quindi per ora attinto a fondi propri. Caritas Italiana è arrivata a ospitare fino a 10mila persone in strutture diocesane, enti religiosi e, in misura minore, famiglie. «Abbiamo dato fondo alle nostre risorse ma siamo in difficoltà», spiega Fabiana Musicco, direttrice di Welcome Refugees, che oggi ospita in famiglia circa 240 profughi. «Erano circa 340 – continua – ma alcuni sono rientrati in Ucraina e altri si sono spostati in Paesi dove riescono a trovare lavori con retribuzioni adeguate al costo della vita e una rete di servizi che permetta alle madri di lavorare. Abbiamo messo a disposizione della Protezione civile altri 900 posti, ma i ritardi stanno creando molta delusione».

Filippo Miraglia, responsabile immigrazione di Arci e coordinatore del Tavolo asilo e immigrazione, lancia un altro allarme: «Abbiamo firmato la convenzione il 4 agosto (1.459 posti) e i trasferimenti sono partiti nel mezzo delle ferie. I ritardi stanno però inducendo sia le famiglie che si erano candidate a ospitare ucraini, sia i Comuni, a non andare avanti su questo percorso».

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