L’analisi

Progetto Italia, all’economia italiana serve un campione nazionale

di Giorgio Santilli


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(Adobe Stock)

3' di lettura

L'avvento dei colossi cinesi ha trasformato il mercato mondiale delle costruzioni: gigantismo e infrastrutture decisive nella partita geopolitica in corso. Anche il mercato italiano ha cambiato faccia: domanda dimezzata, scomparse le grandi opere di cui il Paese ha bisogno, lavori rallentati dalla crisi finanziaria del settore. Il modello che ha vinto nel dopoguerra – 3% del Pil in investimenti e dominio del made in Italy nel mondo – è andato in frantumi a fine secolo e si è avvitato in una crisi che, in assenza di risposte, è senza ritorno.

La premessa serve per valutare, con realismo, il Progetto Italia che vive ore decisive e dovrebbe creare un campione nazionale delle costruzioni, mettendo insieme realtà industriali e finanziarie, private e pubbliche.

Il progetto continua a suscitare obiezioni fra le Pmi, timorose che sia falsata la concorrenza. La conferma è venuta dall’assemblea Ance di mercoledì. Alcune richieste di garanzie sono legittime e si erano però trovate soluzioni: i piani del nuovo gruppo di non partecipare in Italia a gare sotto 250 milioni di euro, gli impegni a pagare i fornitori in tempi certi e a fare filiera nei lavori all’estero. Un percorso virtuoso costruito a tutela di tutti che però fa fatica a passare.

Vediamo, allora, perché il maxipolo tutelerebbe gli interessi dei soci ma anche quelli del settore e dell’economia italiana.

La prima ragione a difesa del progetto è la dimensione di impresa. Nessun gruppo italiano oggi ha la dimensione per competere nel mondo. Ma l’Italia non può permettersi, se vuole restare una potenza economica nello scacchiere mondiale, di far prevalere l’ideologia del “piccolo è bello”. Porterebbe alla marginalizzazione del Paese.

La dimensione di impresa è questione economica ma anche di diplomazia economica. I cinesi stanno conquistando l’Africa utilizzando la leva della costruzione di infrastrutture, reti, edifici, luoghi di culto in cambio dell’espansione della propria influenza e di accordi commerciali in altri settori strategici dell’economia.

Sono apprezzabili gli sforzi che da qualche anno i governi italiani fanno per promuovere la nostra economia, ma per avere successo c’è bisogno di strumenti efficaci. E un grande gruppo delle costruzioni è uno strumento fondamentale. Il beneficio di un campione nazionale si riverbera quindi su un Paese e su un’intera economia che, va ricordato, vive di export. Viceversa, come potremo proporci per la ricostruzione della Libia o per i progetti di sviluppo in Africa e nel Mediterraneo? Serve una capacità che oggi non abbiamo.

Questa cornice legittima la dimensione pubblico-privata del progetto. Non il salvataggio pubblico di imprese decotte, ma un progetto Paese per lo sviluppo all’estero della nostra economia e il rilancio delle infrastrutture in Italia.

La seconda ragione a difesa di Progetto Italia è proprio nella condizione drammatica del settore. La crisi riguarda tutte le fasce di impresa, grandi, medie e piccole. L’instabilità delle grandi imprese crea crisi nella filiera. Il problema non è di concentrazione (le imprese di Progetto Italia fatturano il 4,4% del mercato) ma di far ripartire i lavori incagliati superando le difficoltà ad acquisire le garanzie.

Non è sbagliato mettere a punto altri strumenti, come il fondo per la tutela delle Pmi previsto dal decreto crescita. Ma per rivitalizzare il settore bisogna riavviare la domanda, semplificare le procedure, garantire pagamenti puntuali da parte della Pa. E uno sforzo di ripresa di tutto il sistema. Servono alleanze fra grandi e piccole imprese. Serve che le piccole imprese si aprano all’estero. Su questo ultimo punto Progetto Italia va nella direzione giusta.

L’alternativa è il progressivo sgretolamento delle grandi imprese e del settore. Non è irrealistico oggi prevedere un Paese senza più l’industria delle costruzioni che ne è stata motivo di orgoglio dal dopoguerra. A questa eventualità bisogna opporsi. Con uno scatto di orgoglio.

Un’ultima ragione è che l’ingresso di Cdp e delle banche nel progetto mettono a disposizione una leva finanziaria, anche essa decisiva. C’è bisogno di una finanza che si impegni per la difesa dell’economia reale e per progetti di sviluppo. Questo è uno dei casi. Anche perché proprio le banche in questi anni hanno subito un danno dalla crisi delle imprese di costruzioni, con un buco di qualche miliardo. Anche in questo caso giocare in difesa, aspettando il peggio, non è servito e non servirà.

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