La riforma del fisco / 3

Progressività tedesca sull’Irpef e incentivi per aziende di ritorno

di Francesco Giuliani

(Adobe Stock)

3' di lettura

Ragionare oggi sul futuro della fiscalità non è più una semplice priorità, ma una assoluta necessità. La normativa tributaria italiana è una selva oscura nella quale è da anni impossibile orientarsi. La volontà, più volte manifestata, di ridisegnare la progressività del tributo Irpef in modo tale che, a regime, le classi meno abbienti, maggiormente colpite dalla sfavorevole congiuntura, risultino più avvantaggiate è certamente apprezzabile. Impone di muoversi in questa direzione anche il fatto che attualmente le tax expenditure ammontano a circa il 4% del Pil e che, in questo ambito, esistono anche molti incentivi, obsoleti e di scarsa efficacia, che disperdono risorse e producono effetti distorsivi. Un ulteriore grave elemento di iniquità dell'attuale sistema deriva dal fatto che, nell’Irpef, sia le aliquote nominali sia quelle effettive variano in modo discontinuo intorno ai 30.000 euro: l’aliquota nominale aumenta di 11 punti percentuali, dal 27% al 38%, tra il secondo e il terzo scaglione. La conseguenza è che attualmente l’aliquota marginale è molto elevata sui redditi medio-bassi, raggiungendo già il 40% oltre i 28.000 euro. Non deve poi dimenticarsi che la divergenza fra aliquote nominali e aliquote effettive, determinata dalla decrescenza delle detrazioni e dell’assegno al nucleo familiare (nonché dall’andamento non lineare del cosiddetto bonus Renzi), crea discriminazioni, essendo i contribuenti con lo stesso reddito gravati da imposte differenti.

Questi gravi effetti negativi potrebbero essere in gran parte eliminati se, seguendo l’esempio tedesco, la progressività fosse costruita ricorrendo per il calcolo del tributo a una funzione matematica continua che determini le aliquote medie per ogni livello di reddito. Si supererebbe, così, il sistema degli scaglioni e si eviterebbero, di conseguenza, i salti di aliquote.

Loading...

Diviene inevitabile affinare il già esistente modello duale dell’Irpef nel senso della scomposizione delle sue basi imponibili in redditi di lavoro assoggettati alla progressività e in altri redditi assoggettati, invece, a un regime di tassazione separata e proporzionale, con largo ricorso alle ritenute alla fonte.

Quanto alla riforma dell’Ires, l’obiettivo di medio-lungo termine dovrebbe essere anche quello di incentivare il reshoring, e cioè di riportare in Italia le aziende che nel passato sono emigrate all’estero, spesso nei paradisi fiscali. Si tratterebbe di rendere meno attrattivo il dumping continentale consentito dai vigenti Trattati Ue e, quindi, di prevedere meccanismi di decontribuzione, incentivi agli investimenti e “super-ammortamenti” per le attività rimpatriate, che si traducono in minori imponibili. Per favorire l’innovazione appare convincente la proposta - recentemente avanzata da Assonime - di condizionare la spettanza di deduzioni e crediti d’imposta al raggiungimento di obiettivi essenzialmente di ricerca e sviluppo, innovazione ed efficienza energetica.

Non va naturalmente dimenticata la questione dei tributi locali. Per il cittadino contribuente, la IUC è solo un titolo sui giornali: non esiste concretamente una singola imposta da pagare, ma l’unione di tre diversi tributi. È intollerabile che si continui a pretendere dai cittadini l’autoliquidazione di questi/questo tributo, a fronte di un apparato pubblico che già possiede tutte le informazioni per lasciare al cittadino soltanto l’onere di pagare un bollettino PagoPA precompilato. A milioni di contribuenti (spesso anziani) viene invece richiesto di “autoliquidare” il tributo “a pagamento” tramite commercialisti o CAF. Un meccanismo che, una volta di più, richiama la necessità di esercitare il massimo rispetto verso il cittadino che continua a essere trattato dal fisco alla stregua di un suddito.

Riproduzione riservata ©

Brand connect

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti