Soft power

Promuovere l’italiano all’estero per diffondere stile, prodotti e valori

Gli stranieri giovani, abbienti e scolarizzati sono attratti dal nostro modello economico

di Severino Salvemini

(N.Savranska - stock.adobe.com)

6' di lettura

La lingua italiana si colloca oggi, con oltre 2 milioni di studenti stranieri, tra le più ricercate e studiate al mondo. La lingua italiana è una lingua antica, con un suo fascino grazie a una musicalità senza pari e al legame evocativo naturale con il garbo del “bello” e del “ben fatto”. Forse il motivo per cui oggigiorno sono moltissimi gli amanti dell’idioma italiano deriva dal fatto che non è una lingua imperiale che si impone, ma invece è una lingua da scegliere. Al di là delle radici familiari degli emigrati e dei loro figli e nipoti, che, come è naturale, vanno diminuendo.

La nostra lingua, riflettendo così puntualmente la nostra identità, ne è un veicolo di diffusione nel mondo straordinariamente competitivo e propone valori culturali e gradi di spendibilità peculiari. Certo non ne propone in alternativa a quelli indirizzati dagli idiomi più forti, come in primis l’inglese, ma sicuramente in funzione complementare.

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Il convegno “Stati Generali della Lingua e della Creatività italiane nel mondo” tenuto alla Farnesina lunedì 29 novembre, alla presenza del Capo dello Stato Sergio Mattarella e dei ministri degli Esteri e dei Beni culturali Luigi Di Maio e Dario Franceschini, riflette l’idea che, attraverso la diffusione e l’insegnamento della lingua, si possano veicolare princìpi e valori propri della nostra italianità e, in ultima analisi, che essa aiuti a promuovere la marca dell’intero Paese. Una tale concezione immagina la lingua come interprete e mediatrice della creatività italiana nel mondo d’oggi, a condizione che essa venga insegnata e diffusa citando le esperienze più contemporanee e liberandoci da una concezione un po’ sepolcrale e polverosa di un certo italianismo. In poche parole, passando da un certo senso di nostalgia a un sentimento di simpatia.

Un modo per capire il buon vivere

La sorpresa dell’ultimo decennio è proprio la quota di stranieri che, volendo riflettere con cognizione di causa su cosa generi il quid che contraddistingue il Bel Paese, investe sulla lingua italiana per capire i processi tipici delle arene italiche attente al buon vivere. Nel nostro Paese sono infinite le espressioni di creatività e di cultura. Accanto ai circuiti dei musei e delle istituzioni artistiche spiccano i luoghi simbolo di rigenerazione urbana: armonie tra persone e contesto geografico, monumenti simbolo della narrazione della identità italiana, eventi ovunque di spettacolo di alta qualità.

Ancor oggi, nel quarto capitalismo, il fondamento antropologico della nostra competitività economica, quello delle piccole imprese e dei distretti, è l’uomo artigiano, protagonista – più o meno consapevole – dei successi del Made in Italy. Il rapporto con il prodotto e la trasformazione industriale rimane ancora una cifra distintiva nella guida delle imprese. Rimane la passione per il fare, radicata in un mondo di mestieri e di saperi che qualificano una identità sociale. Partendo da tale quadro, non meraviglia pertanto che ci sia al di fuori dei nostri confini una curiosità di conoscere come il Paese usi lo strumento potente della bellezza come scambio di idee, occasione di innovazione, modo di vedere il mondo.

Secondo Piero Bassetti, presidente di Global & Locus, siamo oggi in presenza di un foltissimo pubblico internazionale che adora lo stile italiano, inteso come comune sentire, come modo di stare al mondo, come atteggiamento di fondo. E condivide valori, modelli di consumo, modalità di fare business, di mangiare e bere, di vivere l’arte, e così via. Sono gli italici, cittadini italofoni che, anche senza avere alcuna parentela o ascendenza italiana, hanno tuttavia abbracciato la cultura del nostro Paese e che sono stimabili in oltre 250 milioni di persone nel mondo. Essi hanno cittadinanze diverse, vivono in Paesi e società distanti tra loro, culturalmente e geograficamente. Parlano lingue differenti, ma condividono il gusto della lingua italiana come elemento rilevante per comprendere la storia e la contemporaneità dell’Italia.

Potrebbe essere questo il nuovo “mercato” per l’insegnamento dell’italiano all’estero. Corsi che non si dovrebbero limitare alla pur importante didassi della lingua, ma dovrebbero anche includere alcune “finestre” sullo stile di vita del nostro Paese e anche sull’originale modello economico di sviluppo.

Tra i nuovi fabbisogni conoscitivi degli osservatori stranieri – specialmente quelli più giovani e quelli più abbienti e scolarizzati – c’è quindi la curiosità di comprendere le caratteristiche di quello che viene definito come modello italiano di sviluppo, basato sui sistemi di impresa minore, sui distretti industriali, sulla qualità dell’industria manifatturiera.

I fattori che rendono vincente l’affermazione del prodotto italiano nel mondo sono molto legati a componenti immateriali difficilmente narrabili (il cosiddetto soft power o, all’italiana, il potere morbido e garbato) e, per questa ragione, gli stranieri che si fermano all’etichetta dell’unicum del Made in Italy, non riescono a penetrare nei dettagli di questo fenomeno. La lingua italiana consente appunto di lanciare e ri-lanciare la competitività del nostro sistema economico, illustrando le connessioni con la storia culturale del Paese e rendendo per gli stranieri maggiormente intelligibili le competenze distintive che sono alla base del nostro miracolo economico.

Il Made in Italy è parte integrante della storia e dell’identità collettiva del nostro Paese e una delle determinanti dell’immagine e della reputazione dell’Italia nel mondo. Il suo successo si poggia su
un lungo processo di formazione del capitale umano che risale addirittura al Rinascimento, in un processo lento che si è stratificato nell’arco dei secoli.

Pertanto capire a quali condizioni la lingua italiana incorpori – anche se intangibilmente – i valori del Made in Italy e della creatività italiana è di sicuro un esercizio conveniente. Approfondire i percorsi di successo delle aziende italiane, individuarne i tratti distintivi e socializzarli con il vasto pubblico straniero degli “italici” aiuta a far capire meglio il nostro Paese contemporaneo e a consolidare la giusta reputazione del brand Italia.

Made in Italy, creatività e innovazione

Il Made in Italy ha dietro di sé secoli di intelligenza e di creatività. Il Bel Paese non è solo uno slogan. I manufatti dei nostri artigiani, i prodotti dell’alta moda e del design, le idee imprenditoriali del lusso, i piatti della nostra gastronomia sono anche il risultato del “bello” diffuso che ognuno di noi può respirare nella grande città come nel centro di un piccolo borgo, nell’attraversare paesaggi ineguagliabili come nel visitare una chiesa o un museo.

La creatività non è fine a se stessa, ma un processo, un mezzo straordinario per produrre nuove idee. In questo senso creatività e cultura sono insieme un pilastro della qualità sociale, intesa come un contesto di comunità libera, giusta, economicamente sviluppata. Sono un binomio indissolubile, un meccanismo di successo che posiziona il Paese in un passaggio strategico del percorso di globalizzazione. I risultati di rilievo delle nostre istituzioni culturali sono fortemente debitori al fenomeno della creatività italiana.

La sfida è di avvicinare una porzione importante di pubblico ignara degli ingredienti che determinano il Made in Italy a quest’affascinante fenomeno collettivo. Che non è solo di carattere economico, ma prepotentemente sociale e culturale. Avere la precisa dimensione di cosa pesi e che cosa conti davvero la creatività e il Made in Italy, di quanto sia diffuso il suo reticolo nella geografia delle imprese italiane e nei suoi risultati complessivi, aiuterebbe maggiormente a comprendere come le radici italiche del bello e del ben fatto sono poi state scaricate a terra nei prodotti evocativi e simbolici della nostra economia.

Ciò che rende particolare l’industria italiana nello scenario della competizione globale è proprio l’essere riuscita a collegare le molteplici tradizioni artigianali del nostro Paese. Un arcipelago di piccole e medie imprese che ha tradotto in innovazione di prodotto e di servizio gli antichi mestieri, sapendo realizzare manufatti e processi arricchendoli di quel valore aggiunto che è frutto della nostra civiltà.

Studi sul rapporto tra lingua e flussi commerciali confermano l’esistenza di una correlazione positiva. Concepire la lingua come interprete e mediatrice della creatività italiana è ciò che l’economista premio Nobel Gary Becker definisce il «capitale di immaginazione». Nel segno di valori intangibili, possiamo immaginare un sofisticato pubblico di “Italici che acquista prodotti e servizi non solo per un fabbisogno “funzionale”, che tende sostanzialmente a soddisfare aspetti che possiamo definire “elementari” di soluzione di una specifico bisogno (cibarsi, vestirsi, muoversi, e così via), ma anche per una predisposizione “emozionale” collegata a fattori complessi di natura culturale e spesso alla capacità di evocare immagini e luoghi specifici, sostanzialmente frutto di forme di “produzione sociale”.

Nel segno di questa sfida, il “documento di visione” che è stato presentato al ministero degli Affari esteri alcuni giorni fa vuole invitare a una riflessione sulla lingua italiana che si dovrà insegnare e si potrà imparare domani. Una finestra per fare entrare luce e aria nuove.

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