COME CAMBIA IL TRIAGE

Pronto soccorso, dai colori ai numeri per ridurre le attese

Governo e Regioni pronti a modificare i criteri di urgenza ma per far funzionare il nuovo sistema mancano 2mila medici e 10mila infermieri

di Marzio Bartoloni e Barbara Gobbi

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(Agf)

Governo e Regioni pronti a modificare i criteri di urgenza ma per far funzionare il nuovo sistema mancano 2mila medici e 10mila infermieri


3' di lettura

È la bestia nera di molti ospedali e l'incubo per almeno due milioni di italiani. Tanti sono i pazienti che ogni anno varcano la soglia dei Pronto soccorso per cure più o meno urgenti aspettando a volte giornate intere. Ora proprio per arginare le attese infinite il ministero della Salute ha messo a punto una corposa proposta per rivedere l'accesso ai servizi di emergenza degli ospedali che dopo domani potrebbe incassare il via libera delle Regioni.

Tra le misure oltre alla creazione di mini-reparti a fianco al pronto soccorso per i casi più complessi (l'Obi: Osservazione breve intensiva) e la diffusione dei “bed manager” per gestire al meglio i 3mila ricoveri che ogni giorno passano per i pronto soccorso c’è anche un profondo restyling del triage, il sistema che decide la priorità di intervento in base all'urgenza del caso. Si passerà - come anticipato dal Sole 24 Ore del 4 luglio - dal sistema basato sui 4 colori (dal rosso al bianco) a quello su 5 numeri (da 1 a 5), già sperimentato in alcune strutture, con l'introduzione anche dei tempi massimi di attesa che andranno dai 15 ai 240 minuti (i casi più urgenti con il codice 1 prevedono l’accesso immediato). A fianco ai 5 numeri - come chiesto dalle Regioni - ci sarà comunque la possibilità di associare sempre un colore.

I tempi massimi di attesae si spera possano davvero entrare a regime entro 18 mesi come prevede il documento, ma questa mini rivoluzione rischia di restare sulla carta se non si metterà mano anche alle profonde carenze che oggi ingolfano il collo di bottiglia tra Pronto soccorso e reparti. Carenze organizzative e di posti letto nei reparti ma anche di personale. «Secondo le nostre stime oggi mancano all'appello circa 2mila medici e c'è il rischio che con Quota 100 si superi questa cifra», afferma il presidente della Società scientifica Simeu Giuseppe Pugliese, a capo del Pronto soccorso del Pertini a Roma. Che spiega: «Le 400 borse di specializzazione conquistate quest'anno sono ancora poche e in ogni caso sforneranno specialisti non prima di un quadriennio. Intanto oggi dal Pronto soccorso i medici fuggono per burnout, aggressioni da parte dei pazienti e mancanza di incentivi economici che compensino il disagio lavorativo».

La situazione non migliorerà nei prossimi anni: l’Anaao Assomed, la principale sigla che rappresenta i camici bianchi, ha stimato che da qui al 2025 a causa delle uscite per pensionamenti aumentate con Quota 100 mancheranno oltre 4200 medici d’emergenza-urgenza. Tanto che il sindacato ha messo a punto un piano di riforma centrato su incentivi, corretta previsione del fabbisogno di personale e gestione dei codici minori con il coinvolgimento dei medici di famiglia.

Aspettando che il territorio batta un colpo, protagonisti assoluti del triage sono gli infermieri, cui il nuovo sistema affida non solo l’assegnazione del codice di triage ma anche la rivalutazione del paziente e il suo eventuale inserimento nel percorso “See&Treat” che porta a una visita specialistica. Il nursing specializzato è insomma un anello fondamentale dei Pronto soccorso, ma anche qui la Federazione degli infermieri (Fnopi) stima una carenza di 10mila addetti a fronte di un fabbisogno di almeno 30-35mila triagisti esperti. A gettare acqua sul fuoco è però proprio un infermiere: «Le carenze di personale - afferma Giovanni Becattini, presidente del Comitato infermieri dirigenti della Toscana e coordinatore regionale della formazione sul triage - ci saranno o meno in base a come e quanto le Regioni decideranno di far proprie le novità. I 5 codici consentiranno di differenziare i fabbisogni di figure professionali perché emergeranno chiaramente le problematiche a bassa complessità e quindi la diversificazione dei percorsi-paziente nei casi meno urgenti. È probabile che l’alta specializzazione sia medica che infermieristica possa essere riservata ai codici più gravi, che cumulano il 10% degli accessi».

A chiedere la «piena e uniforme applicazione del documento nelle Regioni» è anche Fabiola Fini, presidente della Fimeuc, la Federazione Italiana Medicina di Emergenza-Urgenza e delle Catastrofi, che ha partecipato con le altre sigle dell'emergenza medica e infermieristica ai lavori del ministero della Salute. Fini accende i riflettori anche sui finanziamenti: «È chiaro che per potenziare gli organici, fare formazione e riorganizzare l'intera gestione dell'emergenza servono soldi. Su questo ci aspettiamo che il ministero batta un colpo».

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