Interventi

Proprietà e controllo, il caso Generali e il capitalismo italiano

di Giulio Sapelli

(gilbertc - stock.adobe.com)

2' di lettura

Il capitalismo italiano è definito dagli studiosi più accorti un capitalismo senza capitali. E questa definizione sintetizza la tipica versione italica del managerial capitalism ossia quel capitalismo fondato sulla divisione tra proprietà e controllo e ad alte asimmetrie informativa tra azionisti e manager. Questi ultimi, e non solo in Italia, un tempo avevano di mira lo sviluppo organizzativo continuo dell’impresa a cui subordinavano anche il rendimento azionario purché il tasso dei profitti fosse in continua ascesa, così come l’impresa, con continui investimenti non solo in Patria, ma anche all’estero. Molte delle nostre cosiddette multinazionali tascabili non quotate funzionano in questo modo e anche quelle che cercano una valorizzazione borsistica che aiuti la crescita del capitale, e così la potenza d’investimento, imitano questo comportamento. Non è così per le ormai pochissime imprese non famigliari quotate italiche, tra cui spicca Generali, dove il managerial capitalism ad alta asimmetria informativa si è, come in tutto il mondo, da qualche anno, trasformato in owner capitalism ossia in un capitalismo dove i manager sono anche proprietari perché la retribuzione in stock options è superiore a qualsivoglia stipendio tanto più quando viene fissata con algoritmi incomprensibili agli azionisti.

Le asimmetrie informative divengono enormi.
In Italia il tutto ha una sua specificità: la specificità Mediobanca che ha mutato da anni il suo storico ruolo di difesa delle grandi famiglie dalla prevalenza dell’industria e della politica in economia per trasformarsi in finanziaria di capitali che controlla quote ingenti di popolazioni economiche attive sui mercati. La più famosa tra queste è Generali che è oggi sotto i riflettori per il ruolo sempre più autonomo sia dal management di Mediobanca sia da quello di Generali. Gli importanti azionisti privati che sempre più vogliono far sentire il loro ruolo direzionale, e non solo di rendite, in tutta la filiera di comando vedendo così diminuire via via sempre più le richiamate asimmetrie informative. Sarebbe una notevole novità per ciò che rimane dell’italico grande capitalismo. Si aumenterebbe la potenza di fuoco grazie a un aumento della capitalizzazione e si ritornerebbe allo storico managerial capitalism dove la divisione tra proprietà e controllo è solo per quel che riguarda la gestione d’ogni giorno dell’impresa e non la delineazione delle strategie di crescita.

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Sono temi su cui l’esperienza industriale è preziosa e può rifondare corporate culture troppo concentrate sul giardinetto di casa e mai abbastanza attente all’innovazione tecnologica. In fondo la partita in corso va molto al di là del codice Prada e del suo rispetto - anche se non guasterebbe, ricordando che i patti di sindacato non sono buona governance - per investire la discussione sul futuro economico industriale e finanziario dell’Italia in un momento difficile.

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