VINO

Prosecco, a Nordest la Brexit non fa paura

di Micaela Cappellini


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4' di lettura

Teme la Brexit, il Prosecco? «Veramente, ad oggi le nostre vendite verso la Gran Bretagna stanno aumentando a un ritmo del 5 per cento. Magari è solo perché gli inglesi stanno facendo scorta. Ma io credo che ormai il Prosecco sia entrato nelle loro abitudini e che continueranno a comprarlo anche se Londra decidesse di uscire in maniera traumatica dall’Unione europea». Luca Giavi è il direttore generale del Consorzio di Tutela del prosecco Doc. Una delle realtà produttive più rilevanti del Nordest, che tra Veneto e Friuli Venezia-Giulia raccoglie oltre 1.200 aziende vinificatrici e raggiunge i 2,5 miliardi di euro di valore complessivo del prodotto al consumo.

Per il Prosecco, la Gran Bretagna vale molto: un terzo di tutte le bottiglie che vengono vendute all’estero prendono la strada di Londra. Eppure, l’eventualità dei dazi in caso di no deal non spaventa più di tanto i produttori: continueranno a comprare Prosecco, dicono, al massimo lo pagheranno qualcosa di più. La Brexit però li ha spinti a muoversi sulla strada della tutela dei marchi: «La Ue tutela le Doc - spiega Giavi - ora abbiamo registrato la nostra denominazione anche dal punto di vista privatistico, esattamente come stanno facendo gli altri consorzi delle grandi Doc italiane».

Quello del finto Prosecco è un tema anche a Londra: c’è chi stima, addirittura, che ogni cinque referenze a scaffale, una sia un fake. «Abbiamo avuto casi di finti prosecchi provenienti dall’Europa dell’Est - racconta Giavi - abbiamo visto etichette con scritto Pisecco. Ma il fenomeno più rilevante è quello dei prosecco-bar su tre ruote». Qualcosa di simile ad Apecar attrezzate, che girano tra le strade e per i parchi del Regno Unito all’ora dell’aperitivo. E spillano bicchieri di bianco frizzante che con il Prosecco non hanno niente a che fare.

Quello dell’aperitivo nei parchi, all’uscita dagli uffici, a Londra sta diventando una vera e propria moda. In un certo senso, è lo stesso Consorzio ad aver contribuito a diffonderla, organizzando a Regent Park uno dei festival più battuti della città, quello del Prosecco. L’edizione 2019 è andata in scena proprio la settimana scorsa.

C’è una cosa, però, che il tema Brexit-non Brexit ha insegnato alle aziende italiani produttrici di Prosecco. Ed è che nel mondo di oggi è fondamentale diversificare i mercati di sbocco di un prodotto: «Gran Bretagna, Stati Uniti e Germania, in ordine di importanza, rappresentano il 70% del nostro export - spiega il direttore generale del Consorzio - ma ormai dobbiamo considerare sia il Regno Unito che gli Usa alla stregua di Paesi a rischio cambio, e con in più situazioni politiche complesse. Così, come Consorzio abbiamo deciso di investire per incrementare la penetrazione del Prosecco in altri Paesi, e in particolare in due. Uno è la Russia, che è sì un mercato altalenante ma ama l’Italia ed è già abituata alle bollicine. E l’altro è la Cina, dove finora dico che abbiamo sbagliato strategia: puntare sull’abbinamento cibo-vino in questo Paese non paga, perché a tavola i cinesi non sono abituati a bere bevande né fredde né gasate. Meglio dire che il Prosecco fa parte a pieno titolo dello stile di vita occidentale, e se vogliono vivere all’occidentale allora non possono non berlo». Puntare sui party, insomma, e non sui ristoranti: ecco la nuova Via della Seta per i produttori del Consorzio.

    Se i mercati esteri continuano a costituire il grosso del successo del Prosecco - solo il 25% delle bottiglie ormai sono prodotte per il pubblico nazionale - gli investitori esteri stanno cominciando ad arrivare nelle cantine della Doc. «Oltre ai passaggi veri e propri di proprietà - racconta Giavi - stiamo registrando movimenti interessanti da parte di fondi di investimento esteri». Capitali russi sono già presenti per esempio nella Gancia - che pur essendo fuori dall’area della Doc è autorizzata a imbottigliare il Prosecco - così come lo sono nella Contarini, accanto a quelli spagnoli. Da tempo la tedesca Henkell ha acquisito Mionetto, mentre più recentemente la connazionale Rotkäppchen-Mumm ha rilevato Ruggeri.

    E la concorrenza? «In Inghilterra - spiega Giavi - più che agli altri produttori di vino, noi sottraiamo spazio ai produttori di birra». Naturalmente, ci sono gli spagnoli del Cava, che producono centinaia di migliaia di bottiglie ogni anno proprio come il Prosecco, e che stanno virando verso dosaggi più contenuti - sempre meno metodo classico e sempre più metodo Charmat come il Prosecco - perché si sono accorti che i vini più freschi e più leggeri oggi hanno più mercato. «Una delle cose che mi dà più soddisfazione - ammette il dg del Consorzio - è che il nostro quarto mercato mondiale è la Francia».

    Significa che il Prosecco riesce a tenere testa anche allo champagne? «Dico solo che il Prosecco è un prodotto contemporaneo. Con cinque euro, chiunque alla fine della sua giornata lavorativa può bersi un buon bicchiere di vino di media qualità con gli amici. Per un calice di champagne, di euro ce ne vogliono almeno dieci o quindici. È tutta qui, la grande competitività del Prosecco». Che ormai rosicchia quote anche ai tradizionali cocktail alcolici da aperitivo: «Basta un Negroni, per risultare positivo all’alcol test - dice Giavi - mentre il Prosecco ha una gradazione inferiore».

    L’ultima novità nata in casa del Consorzio è stata quella di sdoganare il Prosecco rosé: «Un’operazione - dice il dg - che abbiamo scelto di fare ora, mentre la Doc cresce del 5% all’anno, perché nessuno pensasse che i produttori si fossero inventati qualcosa di nuovo per uscire da un momento di difficoltà. La verità è che c’è un trend mondiale di consumatori che vanno verso il rosé e la stessa Francia, che è tra i principali produttori, non è autosufficiente». Da tempo alcune cantine del Consorzio producevano vino rosé: nelle carte dei vini dei ristoranti all’estero veniva classificato come Prosecco rosé, ma finora non poteva essere considerato tale, né esisteva una provenienza certificata delle uve con le quali veniva prodotto. «Il Consorzio ha semplicemente scelto di regolamentare questa produzione».

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