Libri

Protagoniste speciali per Agnès Varda

di Roberto Escobar

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3' di lettura

«Amo la realtà, la trovo bella». In queste parole c’è la poetica di Agnès Varda, che certo non è solo realistica. Il suo cinema innamorato non si limita a mettere in scena la realtà, ma se ne lascia stupire e ne fa rinascere il profumo sullo schermo. Del resto, non c’è amore che nasca senza stupore.

«Oggi tutto mi sorprende, l’aspetto delle persone, il mio», dice la protagonista di Cléo dalle 5 alle 7. Struggente e leggero come un pomeriggio chiaro, il lungometraggio d’esordio della grande autrice francese esce nel 1962, ma la sceneggiatura lascia supporre che la vicenda si svolga il 21 giugno 1960, un martedì. La giovane Cléo (Corinne Marchand) attende di sapere dal suo medico se ha il cancro. Gli telefonerà alle 7, dopo due ore. Una chiromante le ha letto la mano, e ha evitato di dirle che cosa ci ha visto. Lei ne è certa, morirà. O forse no, forse la sua certezza è gioiosa. «Un momento, bella farfalla – dice alla sua immagine in uno specchio –, le carte dicono morte, ma finché io sono bella sono viva più degli altri».

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Cléo è una farfalla, leggera nell’estate appena nata. E come quello di una farfalla il suo tempo minaccia d’essere breve. La macchina da presa la accompagna per novanta dei centoventi minuti che la separano dalla telefonata. La osserva quando si prova cappellini che non comprerà, per il solo piacere d’essere e sentirsi bella. La osserva tra uomini e donne che riempiono strade e bistrot, ognuno bello e sorprendente come alla Varda rammenta l’amore per la realtà. Verrà poi il responso del medico. La farfalla saprà di avere ancora tempo, e le sembrerà d’essere felice.

Infelice è un’altra giovane donna che la Varda racconta ventitré anni più tardi. Anche la vagabonda Mona (Sandrine Bonnaire) di Senza tetto né legge è una farfalla, ma in un autunno scuro, quando dell’estate non resta neppure l’ombra scolorita. Tutto quello che ha se lo porta sulle spalle, attraverso strade fangose e campagne vuote. Nessuno sa da dove venga. Forse dal mare, dice la voce fuori campo. E l’estraneità mostruosa di una creatura degli abissi ha per gli occhi di chi la incontra, ora compatendola, ora temendola, ora tradendola, ora aiutandola. Non cerca comprensione e amore, la cupa Mona, né cerca una rivolta contro il vuoto, contro il niente in cui perde la vita. Il suo tempo non è né lungo né breve, è indifferente. La farfalla grigia che nessuno conosce e riconosce non ama la realtà, e ancor meno se ne sorprende. Ma la macchina da presa guarda la sua solitudine abissale con lo stesso amore stupito con cui ha guardato la leggerezza solare di Cléo.

Anche lei, la grande e tenera Varda, è bella nel suo cinema innamorato. Lo è ancora di più quando ricorda Jacques Demy, l’uomo e il regista con cui ha diviso vita e cinema. Nel 1991, un anno dopo la sua morte, realizza Garage Demy, nel quale ci restituisce il profumo dell’uno e dell’altra, del cinema e della vita di Jacquot, come lo chiamavano a Nantes, da ragazzino. Lo fa mettendo in scena il suoi primi tentativi di realizzare piccoli film e montando le immagini dei film grandi che poi realizzò.

Fra questi spicca lo straordinario Les parapluies de Cherbourg, girato nel 1964, al quale lei stessa, con la sua intelligenza poetica e la sua cura, nel 2004 ridà i colori persi negli anni. In questo modo, come forse le avrebbe detto Demy, con la sua arte innamorata ancora una volta fa nascere profumi che si erano spenti.

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