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Protesta degli autisti Amazon: sciopero bianco in Piemonte

di Enrico Netti


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Attivisti contro la globalizzazione protestano contro il Black Friday

3' di lettura

In Piemonte rapporti tesi tra i driver dipendenti di società terze e cooperative impiegati per le consegne dell’ultimo miglio e Amazon. Ieri un centinaio di autisti ha fatto un primo pacchetto di otto ore di sciopero su un pacchetto di 16, manifestando davanti ai cancelli del polo logistico di Brandizzo, nel torinese, a cui si sono aggiunti altri 300 colleghi provenienti dallo stabilimento di Marene, in provincia di Cuneo. L’obiettivo era di bloccare l’uscita di camion e furgoni con le merci protestando contro i «carichi di lavoro estenuanti». Dopo mezzogiorno i lavoratori si sono poi riuniti in assemblea e oggi rientrano al lavoro nel perdurare dello stato di agitazione.

«Non utilizzereno l’algoritmo di Amazon (ogni autista usa una app Amazon che indica il percorso e le soste per le consegne ndr) e lavoreremo con l’ordinaria diligenza seguendo le norme del codice della strada» spiega Dino Migliaccio, segretario regionale della Uil Trasporti Piemonte. Insomma non più la lotta contro il tempo per arrivare a 120 e più fermate per consegnare fino a 200 colli al giorno ma il rispetto di precedenze, limiti di velocità, divieti di sosta e sorpasso, Ztl. In altre parole meno pressione, meno stress e più sicurezza perché i driver Amazon rischiano in prima persona «inseguiti e monitorati» dal Gps della app. «Faremo il possibile e a fine turno gli autisti potrebbero ritornare con alcuni pacchi non consegnati. Se ci saranno ripercussioni sui lavoratori faremo altre azioni di lotta. Venerdì sera ci sarà un’altra assemblea».

In Lombardia, la piazza più importante per Amazon, «la situazione è abbastanza sotto controllo - premette Grazia Golosi della segreteria regionale Uil Trasporti -. Stiamo iniziando a fare assemblee con i lavoratori e la criticità sono i forti picchi di lavoro e i ritmi pressanti di lavoro in vista del Natale».

Tra le varie richieste avanzate da tempo dai autisti c’è la presenza di obliteratrici all’ingresso dei magazzini Amazon secondo la logica che l’orario di lavoro inizia quando si arriva nel centro logistico per caricare i pacchi e non all’uscita dopo una attesa di ore per ricevere i pacchi. Lo scorso febbraio sembrava vicino l’accordo tra Amazon, società terze di trasporto e sindacati ma per ora sembra che si sia arrivati a un nulla di fatto.

Secondo il modello di business del colosso di Jeff Bezos, che secondo R&S Mediobanca nel 2018 ha pagato al fisco italiano solo 6 milioni, il rapporto si sostanzia tra le aziende e cooperative che si sono aggiudicate l’appalto Amazon e i loro dipendenti. Questa è anche la posizione di Conftrasporto-Confcommercio che in una nota spiega che «il contenzioso aperto riguarda il rapporto tra le imprese di servizi autonomamente organizzate e i loro dipendenti». Dirimente il ruolo che Amazon, attraverso la propria piattaforma e la app, ha nell’organizzazione del lavoro.

Indirettamente la conferma dell’aumento dei carichi di lavoro per i driver della multinazionale Usa arriva da una inchiesta realizzata da Nbc News. Anche negli States sono stati incrementati i volumi da consegnare facendo così emergere un sistema sovraccarico di lavoro e lasco in termini di sicurezza sia per i lavoratori che i clienti. La lamentela più comune tra i driver di Amazon Usa è che il sistema prima viene oltre il limite poi si scopre dove si trova il limite e solo dopo si cerca di sistemare i problemi. Negli Usa si arriva a chiedere al driver di consegnare più di 300 pacchi per turno.

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