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Protezione umanitaria alle donne vittime di codici di comportamento maschilisti

Nel mirino dei giudici gli articoli dell'antico Codice consuetudinario albanese Kanun. La violenza di genere è persecuzione che dà diritto allo status di rifugiato

di Patrizia Maciocchi

Una nuova vita per le donne vittime di violenza con le attività agricola della cooperativa Etnos

2' di lettura

«La donna è un otre da riempire». Per la Cassazione è il principio fondamentale del Codice di Kanun che riassume icasticamente la concezione della donna. Un compendio di regole di diritto consuetudinario seguite ancora in alcune realtà albanesi di cui è stata vittima una giovane donna fuggita dal suo paese e dal matrimonio imposto con un uomo molto più vecchio di lei e violento. Una storia di fughe da padri-padroni e aspiranti mariti maneschi, che il Tribunale di Perugia aveva “archiviato” come violenza endo familiare.

Il racconto di Agrina

Per la Suprema corte (sentenza 12647), invece, il racconto di Agrina, nome di fantasia, classe 1997, rientra a pieno titolo nella persecuzione personale e diretta per l'appartenenza ad un gruppo sociale: quello delle donne. Perché - sottolinea la Cassazione - non sono «mai storicamente emerse vicende di richieste di protezione internazionale nelle quali il soggetto perseguitato da istanze matrimoniali femminili fosse un uomo».

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Paradossalmente il Tribunale che aveva respinto l’istanza per ottenere asilo, non aveva dubitato di quanto riferito da Agrina, le percosse per il rifiuto a consegnarsi ad un uomo che non l'avrebbe mai rispettata ma trattata come un oggetto. La ragazza aveva detto anche di essere soggetta alle regole consuetudinarie del Kanun, secondo il quale la donna ha una posizione di estrema subalternità rispetto all'uomo. Ad aiutare la ricorrente - già sottratta dalla polizia alle violenze del padre e del fidanzato - erano state le suore che l'avevano aiutata a fuggire in Italia. I giudici di prima istanza avevano negato la protezione, ritenendo la vicenda, certamente grave, ma riconducibile al contesto familiare. In ogni caso lo Stato di provenienza era in grado di apprestare delle forme di tutela.

Violenza di genere e asilo

La Suprema corte non è d’accordo. E parte dal rapporto annuale di Amnesty International del 2018, sulla inadeguatezza delle misure di protezione delle donne dalla violenza domestica. Per i giudici di legittimità la violenza fisica e psichica esercitata su una donna per costringerla al matrimonio, lungi dall'essere una vicenda privata «rappresenta per converso un'ipotesi paradigmatica di violenza di genere, a più forte ragione nel caso in cui i comportamenti tenuti da padri e futuri mariti si conformino perfettamente, come nel caso di specie, ad un codice di comportamento (in Albania il cosiddetto Kanun)».

Il cui principio fondamentale «può icasticamente riassumersi in una concezione della donna - si legge nella sentenza - “da riempire come un otre”». Rifiutare quella schiavitù era stata fonte di violenze per una giovane donna «che pure aveva trovato l’ammirevole coraggio di sottrarsi ad un destino brutalmente già scritto in sua vece». E se non lo avesse fatto, «nulla sarebbe mutato nella sua futura storia di sposa coatta, al di là ed a prescindere da qualsivoglia intervento dell’autorità». Il Tribunale, dovrà dunque rivedere la sua decisione, perché ha sbagliato ad aver ritenuto che la ricorrente non potesse beneficiare della protezione, malgrado non fosse libera nel suo paese di compiere le scelte più elementari, come quella di decidere quale uomo amare o sposare.

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