LE RELAZIONI COMMERCIALI USA-UE

Protezionismo di Trump con più rischi che profitti

di Adriana Castagnoli

(AFP)

3' di lettura

L’amministrazione Trump ha alzato i toni dello scontro commerciale con la Ue prendendo spunto da un’annosa disputa sul bando europeo della carne americana trattata con ormoni. Una controversia, questa, finita anche davanti alla Wto che, nel 2008, diede ragione agli Usa riconoscendo la validità delle tariffe imposte anni prima contro i prodotti europei poiché il bando violava le regole internazionali del commercio. Così, Trump ha annunciato tariffe al 100% su prodotti simbolo del gusto europeo come le acque minerali Perrier (di cui fa parte Sanpellegrino), la Vespa e il Roquefort. Il presidente sembra voler ridare corso all’esperienza dell’amministrazione Reagan che nel 1983 impose un tariffa extra del 45% sulle motociclette importate in risposta a una petizione formulata dalla Harley-Davidson, iconico brand americano.

Quanto sia cambiato il mondo rispetto agli anni di Reagan lo dimostra il fatto che Harley-Davidson ha fatto sapere di essere contraria alle tariffe sui motocicli europei perché questa imposizione potrebbe trascinare il settore in una guerra commerciale mondiale. Un uso indiscriminato del provvedimento provocherebbe ritorsioni da parte degli altri Paesi. Anche nel 2002 gli Usa tentarono di mettere un dazio del 30% sull’acciaio, tuttora uno dei settori cruciali della contesa Usa-Ue, in violazione delle regole della Wto; ma furono costretti a ritirarsi di fronte alla minaccia di una ritorsione da 2 miliardi di dollari su esportazioni statunitensi diverse (dagli occhiali da sole al succo d’arancia). L’eco dei giorni di gloria di Reagan sembra ignorare quanto è cambiato il mondo dagli anni 80. Allora il principale competitor commerciale era il Giappone, alleato troppo piccolo e troppo restìo ad atti di rappresaglia se colpito da misure restrittive sugli scambi. Ben altro è il discorso con la Ue, il più grande e ricco mercato a livello mondiale, oltre che con la Cina, potente e disposta a rendere pan per focaccia. L’America di Trump preferisce attribuire l’origine del proprio deficit commerciale agli “iniqui” trattati di free trade e alle scorrettezze altrui invece che alle falle del proprio sistema manifatturiero.

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Il punto è che gli Usa dipendono da Europa e Giappone per la fornitura dei macchinari industriali più innovativi. Il gap tecnologico delle fabbriche Usa è un fatto di cui l’amministrazione Trump, sinora, non ha preso debitamente atto. I dati del Dipartimento del Commercio statunitense rivelano per l’anno scorso un deficit commerciale di 4,1 miliardi di dollari nei macchinari per la produzione flessibile avanzata con Ue, Svizzera e Giappone che sono leader nel settore.

Significativo di un arretramento strutturale è che questo passivo sia doppio di quello del 2003. Gli Usa nelle macchine per la produzione flessibile hanno ancora un surplus globale, ma dovuto all’export di componenti e equipaggiamenti meno sofisticati ai Paesi in via di sviluppo. I macchinari più avanzati sono importati invece da Germania e Giappone perché alternative locali sono raramente fruibili. Valga per tutti l’esempio di Tesla Motors, ritenuta modello d’impresa d’alto valore, le cui officine sono state allestite con i robot tedeschi prodotti da Kuka Ag. Intanto, le imprese americane del settore continuano a perdere quote di mercato interno. Nel 1995 soddisfacevano l’81% della domanda domestica per macchinari industriali. Ma nel 2015, stando ai dati disponibili, erano già scivolate al 63%. È una verità scomoda per l’economia più grande del mondo, ma – come conclude il rapporto 2012 sulla manifattura avanzata fatto predisporre da Obama- gli Usa sono rimasti indietro rispetto alle altre nazioni. Il paradosso “storico” è che gli Usa persero il settore delle macchine utensili avanzate proprio negli anni 80 quando il dollaro forte, errori strategici e il crollo della domanda dovuto alla contrazione delle manifatture determinarono la chiusura di molte imprese del settore. Oggi, con la globalizzazione in ritirata le multinazionali tendono a “nazionalizzarsi” nei singoli mercati piuttosto che a contare sull’export e sui legami globali sia con investimenti greenfield che brownfield. L’Europa è divenuta il principale target di acquisti e merger delle imprese Usa. Le acquisizioni in Europa nel primo trimestre 2017 hanno superato i 215 miliardi (+16% sullo stesso periodo del 2016). Questa impennata è dovuta al record segnato dalle aziende americane che, spinte dalla politica “muscolare” di Trump, hanno investito all’estero 114 miliardi di dollari. L’altra faccia della medaglia è che le offerte per acquisire imprese americane sono scese al loro livello più basso da inizio 2014, innanzitutto a causa dell’incertezza creata dalla retorica protezionistica di Trump.

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