LA TOP TEN della «chiusura»

Protezionismo? Gli Usa sono già al top (anche prima di Trump)

di Enrico Marro

Ansa

2' di lettura

Trump innalzerà un muro protezionistico attorno agli Stati Uniti, con effetti nefasti sul commercio mondiale e sull’inflazione? Può darsi, ma quello che non sempre viene colto è che la patria del free trade già oggi è uno dei Paesi più protezionisti del mondo. Anzi, il numero uno, prima di Russia, India e Cina. A ribadirlo è un report di Credit Suisse (Getting Over Globalization), fresco di stampa, che delinea il probabile avvento di un sistema multipolare e l’addio a una globalizzazione che ha raggiunto il suo zenith prima della grande crisi, dieci anni fa. E tra i grandi rischi che incombono sull’economia mondiale il numero uno, secondo la banca svizzera, è proprio quello: il protezionismo.

L’effetto del protezionismo sul mercato globale

(Fonte: Global Trade Alert, Credit Suisse)

L’effetto del protezionismo sul mercato globale

Vediamo allora la classifica della “chiusura” al mondo. A sorpresa al primo posto troviamo proprio gli Stati Uniti, Paese dove le misure protezionistiche sono nove volte più numerose di quelle volte a liberalizzare il commercio internazionale. Sul podio della top ten compilata dal Credit Suisse grazie ai dati del Global Trade Alert, troviamo poi Russia e India (anche se va ricordato che Nuova Delhi ha lavorato sodo per aprirsi al commercio internazionale). A seguire ecco in quarta posizione la Gran Bretagna, seguita da Brasile, Germania, Francia e Spagna. Attenzione perché la Cina, nella classifica della “chiusura”, è solo in nona posizione, davanti a Giappone, Turchia e Arabia Saudita.

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Ma sommare le misure protezionistiche dei singoli Paesi non dà l’idea complessiva di quanto l’ombra protezionistica si stia allungando sul pianeta. Come nota Credit Suisse, Stati Uniti e Unione Europea hanno per esempio iniziato un duro confronto staccando multe miliardarie contro i rispettivi campioni d’oltreatlantico (Deutsche Bank e Volkswagen da una parte, Apple e Google dall'altra).

Un ipotetico scenario di chiusura commerciale non tarderà a farsi sentire anche sulle Borse, in particolare a Wall Street, dove le azioni americane sono più costose che altrove in virtù di quello che gli analisti della banca svizzera definiscono “globalization premium”. Un declino degli scambi internazionali o, peggio, guerre commerciali più o meno dichiarate colpirebbero gli utili attesi delle grandi multinazionali. E chissà che la prossima crisi economica e finanziaria mondiale non arrivi proprio da questa deriva. Proprio come avvenne alla fine della prima globalizzazione, quando l’ondata protezionistica finì per trascinare il mondo nella Grande Guerra.

GLI EFFETTI DELLA STRETTA

Il trend di attivazioni e cessazioni dei contratti di collaborazione dal 2009 al 2016 (Fonte: elaborazioni e stime Datalavoro su dati Inps e Ministero del Lavoro)

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