I nodi del nuovo governo: il lavoro

Prove di accordo sul salario minimo

di Cristiano Dell'Oste e Valentina Melis


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3' di lettura

Non si partirà da zero. Per individuare una «retribuzione giusta» – obiettivo indicato al punto 4 del programma del Governo giallorosso e citato oggi alla Camera dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte – si potrà cominciare dai due disegni di legge ora in commissione Lavoro al Senato. Due testi che hanno diversi punti di contatto, ma anche differenze non trascurabili. A partire dal fatto che il Ddl dei 5 Stelle (As 658) fissa la cifra tonda di 9 euro all’ora «al lordo degli oneri contributivi e previdenziali». Mentre il testo del Pd (As 1132) non dà importi, ma rende vincolanti i contratti collettivi siglati dalle associazioni più rappresentative (anche se inferiori a 9 euro). Affidandosi, per le sole materie scoperte, a un «salario minimo di garanzia», che sarà fissato entro 18 mesi da una commissione di tecnici incardinata presso il Cnel.

Che il tema sia centrale per le due forze politiche lo dimostra il calibro dei primi firmatari dei Ddl: per i pentastellati, il neoministro del Lavoro, Nunzia Catalfo; per il Pd, Tommaso Nannicini, ex consigliere economico dell’allora premier Matteo Renzi.

LA FOTOGRAFIA DELL’ISTAT

Fonte: Istat (audizione al Senato, 13 marzo 2019)

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Quattro ostacoli da superare

La finalità dichiarata dei due testi è contrastare il fenomeno dei working poor, che lavorano “in regola” ma hanno redditi sotto la soglia di povertà. Secondo Eurostat (2018), in Italia l’11,7% dei dipendenti ha un salario inferiore ai minimi contrattuali, contro una media Ue del 9,6 per cento. Per centrare l’obiettivo, però, bisognerà trovare una sintesi tra i due testi e tenere conto delle criticità emerse durante le audizioni al Senato. Anche per evitare di appesantire il costo del lavoro in una fase economica critica o spingere nel sommerso chi oggi si trova in situazioni borderline.

1. Quale salario minimo. Secondo l’Istat, 2,9 milioni di lavoratori hanno una retribuzione media reale sotto i 9 euro all’ora. L’Ocse, però, rileva che un salario minimo di 9 euro lordi sarebbe il più alto tra i Paesi dell’organizzazione. L’ipotesi – già emersa a luglio nel confronto del vecchio Governo con le parti sociali – è “compensare” l’incremento del salario con un taglio del cuneo fiscale. Ma, risorse a parte, bisogna decidere se avere una paga minima unica e stabilita a tavolino dal Parlamento, oppure se affidarsi a tavoli tecnici o ai singoli contratti collettivi, che oggi spesso nei livelli inferiori hanno retribuzioni al di sotto dei 9 euro.

2. La rappresentatività delle sigle. I due Ddl e il programma di Governo sanciscono il primato dei contratti collettivi firmati dalle sigle più rappresentative di sindacati e imprese. La finalità è mandare in fuorigioco i “contratti pirata” che fissano retribuzioni da pochi euro l’ora. Va però definito un percorso condiviso per individuare le sigle più rappresentative. Oggi, ad esempio, i contratti nazionali depositati al Cnel sono circa 900, di cui poco più di 200 firmati da Cgil, Cisl e Uil.

3. Applicazione agli autonomi. Il Ddl dei 5 stelle menziona espressamente l’estensione ai collaboratori. Quello del Pd parla di lavoratori subordinati.

4. I controlli contro il nero. Come rilevato da vari soggetti in audizione al Senato, l’altra “gamba” del salario minimo è un potenziamento dei controlli sul lavoro irregolare. Senza i quali la paga “giusta” resta sulla carta.

Coperture da trovare in manovra

«Puntare su una contrattazione collettiva “sana” è uno dei principali obiettivi di questo provvedimento», conferma la senatrice del Movimento 5 stelle Susy Matrisciano. Che non condivide, però, l’idea di stabilire tramite una commissione salari minimi graduati per settore: «Rischia di ledere il principio costituzionale della retribuzione sufficiente».

C’è sintonia, invece, sulla necessità di ridurre il cuneo fiscale: «È uno dei punti fondanti del programma – continua Matrisciano –. Prima della crisi, il M5s aveva già proposto l’esonero dalla contribuzione destinata a finanziare la Naspi e la disoccupazione agricola per gli addetti a tempo indeterminato, per un totale di 4-5 miliardi. È un punto di partenza, insieme a ciò che sarà previsto nella legge di Bilancio».

Il senatore Pd, Mauro Laus, co-firmatario del Ddl 1132, aggiunge: «Si dovrà prevedere una copertura anche per i costi aggiuntivi a carico della pubblica amministrazione, che stimiamo di almeno 700 milioni. Anche la Pa ha beneficiato in questi anni, negli appalti, di salari più bassi. Sono comunque ottimista – aggiunge – che troveremo un accordo».

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