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Province, dall’addio al revival: è l’ora della riscossa per gli «enti di mezzo»

di Eugenio Bruno


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(Imagoeconomica)

3' di lettura

Governo che vai riforma delle province che trovi. Dall’arrivo di Mario Monti a Palazzo Chigi in poi tutti (o quasi) gli esecutivi che si sono succeduti alla guida del paese hanno messo nel mirino le Province. Di volta in volta, per accorparle, ridurle o svuotarle. All’elenco si aggiunge ora la coalizione gialloverde.

L’obiettivo dichiarato del governo Conte è quello di rimettere mano alla riforma Delrio del 2014 che ha trasformato le amministrazioni provinciali in enti di secondo livello. Tagliandone competenze e risorse. Come confermano due numeri su tutti: tra il 2012 e il 2018 le entrate proprie delle amministrazioni provinciali si sono ridotte del 60%; i dipendenti sono diminuiti di 16mila unità (2.564 sono andati in pensione, 5.505 sono stati trasferiti presso i centri per l’impiego, 720 sono stati ricollocati presso ministeri o tribunali e altri 7.185 sono stati smistati direttamente dalle Regioni).

Un quadro che appare destinato a mutare. Come annunciato nei giorni scorsi da Matteo Salvini. In una lettera al presidente uscente dell’Upi Achille Variati - a cui è succeduto martedì scorso Michele de Pascale, presidente della Provincia di Ravenna - il ministro dell’Interno ha confermato lo sblocco dei 250 milioni annui dal 2019 al 2033 per la manutenzione di strade e scuole. Precisando che è solo il «primo passo di un disegno complessivo» per «ridare dignità a una istituzione che svolge un servizio fondamentale per il territorio».

Il tema è già sulla scrivania del governo. Presso la Conferenza Stato-città ed autonomie locali è stato istituito il «tavolo tecnico-politico per la redazione di linee guida finalizzate all’avvio di un percorso di revisione organica della disciplina in materia di ordinamento delle province e delle città metropolitane, al superamento dell’obbligo di gestione associata delle funzioni e alla semplificazione degli oneri amministrativi e contabili a carico dei comuni, soprattutto di piccole dimensioni». Con una riunione che si è svolta giovedì 14 febbraio a cui ha preso parte il sottosegretario leghista all’Interno, Stefano Candiani.

In quella sede il neo presidente dell’Upi ha portato una serie di proposte: funzioni chiare, risorse per i servizi essenziali e una spinta alla semplificazione che trovi nelle Province le istituzioni chiave dove concentrare tutte quelle funzioni oggi frammentate tra organismi ed enti
strumentali. «Per noi - ha detto de Pascale - è urgente riuscire ad arrivare ad una revisione della riforma, perché si tratta di uscire da una situazione di straordinarietà al limite della costituzionalità. La priorità per le Province resta ancora l’emergenza finanziaria, non solo per assicurare la manutenzione ordinaria di strade provinciali e scuole superiori, ma perché servono investimenti strutturali su un patrimonio che deve essere modernizzato e reso più efficiente».
«Bisogna lavorare senza preclusioni di sorta e considerando la necessità di superare la legge 56, la cosiddetta legge Delrio, attribuendo a Province e Città Metropolitane funzioni complementari rispetto a Comuni e Regioni» ha dichiarato il sottosegretario Candiani -. Il desiderio comune è quello di recuperare alla migliore utilità le Province, ridare dignità ai sindaci e di attuare le funzioni delle Città Metropolitane mai realmente decollate».

Quanto al ritorno dell’elezione diretta delle Province (la legge Delrio ha previsto che siano solo sindaci e consiglieri comunali a poter votare) , de Pascale ha specificato «accogliamo con favore che sia in atto un dibattito e che ci siano aperture e interesse al riguardo ma vogliamo precisare che questa non sarà la battaglia dell'Upi. Come si svolgeranno le elezioni, quali sarà il sistema elettorale, lo decideranno Governo e Parlamento. Certo, comunque è urgente, prima delle prossime elezioni provinciali che ci saranno a maggio, sciogliere alcuni nodi essenziali, a partire dal limite di incandidabilità per i sindaci con meno di 18 mesi di mandato».

Con l’election day del 31 ottobre 2018 sono stati eletti, con voto di secondo livello 47 presidenti di provincia e 27 consigli provinciali. Tra l’8 gennaio e la fine di aprile 2019 ne verranno rinnovati altri 42. A quel punto, dei 76 enti di area vasta che dopo la legge 56 del 2014 albergano nelle regioni ordinarie, all’appello ne mancheranno solo sette, che andranno al voto tra la fine del 2019 e il 2021. Nel complesso a prevalere è ancora il centrosinistra con 45 presidenti contro i 31 di centrodestra (Lega inclusa). Senza alcun rappresentante dei 5 Stelle, notoriamente allergici a candidare uno dei loro sindaci alla guida degli “enti di mezzo”.

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