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Prysmian cede l’8% sul caos WesternLink. Ecco cosa succede

di Monica D'Ascenzo


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3' di lettura

WesternLink è ormai la bestia nera di Prysmian. I nuovi problemi del progetto di collegamento sottomarino ad alta tensione diretta tra Scozia e Inghilterra, comunicati mercoledì sera al mercato, hanno effetti negativi sui costi, sulla redditività 2018, sulla reputazione, sul track record e sulla credibilità del management. A sentire il mercato l’annuncio proprio non ci voleva e l’andamento del titolo in Borsa lo dimostra: le azioni, che non riuscivano a fare prezzo in apertura, hanno ceduto subito il 5,5% per arrivare a chiudere con uno scivolone di oltre l’8% a 14,96 euro.

Ma andiamo con ordine. La vicenda WesternLink era già pesata sui conti del 2018 con accantonamenti complessivi per 95 milioni di euro, decisi in tre momenti diversi. E la questione sembrava archiviata, considerato che il management aveva fatto dichiarazioni in questo senso. «La reazione del mercato è giustificata dalla scarsa visibilità su quali possono essere i risvolti di potenziali scenari avversi. Quello che è successo rischia anche di avere risvolti reputazionali: da un lato con la comunità finanziaria e gli investitori perché lo scorso marzo Prysmian aveva assicurato che i problemi nel progetto WesternLink erano superati; dall’altro con i committenti, perché il gruppo italiano aveva vinto il progetto grazie all’offerta di una tecnologia innovativa, che però si sta rivelando instabile» commenta Alberto Villa, head of equity research di Intermonte sim.

Eppure, nonostante le rassicurazioni di inizio marzo, a distanza di pochi mesi, Prysmian ha annunciato di ritenere «opportuno riesaminare il bilancio 2018 approvato e revocare la convocazione dell’assemblea del 17 aprile». Tecnicamente, nessun problema. Prima dell’approvazione è possibile rivedere il bilancio caricando dei costi riconducibili a una competenze dell’anno passato. Peraltro, così facendo la società non si vede costretta a rivedere il target di Ebitda adjusted 2019, che secondo quanto comunicato agli analisti (ma mai messo nero su bianco) dovrebbe essere compreso fra 950 milioni-1,02 miliardi. Ma se un impatto sul la redditività non ci sarà, ci sarà invece sul cash flow 2019, che sempre agli analisti il cfo Francesco Facchini aveva indicato per il 2019 a 300 milioni . Questo vuol dire che i nuovi accantonamenti di 60-80 milioni potranno andare ad erodere il cash flow di quest’anno, ma indicazioni più precise sui target sono attese dal cda che si riunirà il 17 aprile.

In tutto questo ciò che non aiuta è l’incertezza. «Il mercato teme che possano verificarsi altri episodi simili nei prossimi mesi durante l’analisi della National Grid e prima della certificazione finale. D’altra parte, però, il gruppo ha scelto di fare accantonamenti prudenziali per 60-80 milioni. Se si tiene conto che le stime indicano che ogni singolo intervento ha un costo di 25 milioni, vuol dire che ci sarà la copertura per un altro paio di riparazioni di entità simile» commenta Monica Bosio, head equity research di Intesa Sanpaolo. Il mercato, quindi, attenderà i risultati dell’esame della situazione per capire l’entità del danno e i costi. «Esistono due casi. Il primo, best case, è che emergano altri problemi ma contenuti che possono essere risolti e possano portare alla fine a un normale funzionamento del cavo. Nel peggiore dei casi, invece, il cavo potrebbe dover essere sostituito. Il mercato ha bisogno di indicazioni chiare sul range delle possibilità che si possono verificare» sottolinea Villa.

Certo che per le commesse future non è un bel biglietto da visita soprattutto con lo stesso committente, National Grid, che entro maggio dovrebbe assegnare il progetto Viking Link, del valore di incirca 800 milioni secondo gli analisti. «Il progetto WesternLink si basa su una tecnologia innovativa che nel breve termine non verrà più utilizzata: questo vuol dire che nelle gare per futuri progetti Prysmian andrà a gareggiare con tecnologie più consolidate e quindi non potrà contare sul comprovato vantaggio tecnologico: la competizione con gli altri gruppi del comparto sarà quindi principalmente sul prezzo», osserva Alessandro Tortora di Mediobanca Securities.

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