libri

Psiche o carne? Viaggio nel mondo antico per capire gli animali

di Alberto Annicchiarico


default onloading pic

4' di lettura

Quante volte ci siamo chiesti che cosa pensa il nostro gatto quando sembra assorto, quasi fosse in meditazione, mentre guarda fuori dalla finestra? O se il cane ha davvero memoria di un avvenimento e lo collega al presente oppure è guidato da puro istinto? I nostri amici non umani più cari condividono con noi molte attività quotidiane, dal cibarsi a dormire a passeggiare. Ma non leggono libri e non dialogano fra loro, perlomeno in forma verbale.

Eppure la consuetudine della quotidianità può spingerci a vederli come parte integrante della nostra famiglia, al punto di parlargli o redarguirli come se fossero figli. Fino a pensare, tagliando corto, che abbiano anche loro un tratto di umanità e quindi a riconoscere ai nostri compagni con zampe e baffi una personalità vera e propria. Per chi ci crede, perfino un'anima.

È così che si approda, per gradi, a un rispetto più profondo, che si estende a molti altri animali, a quattro zampe e non, spingendo a scelte etiche. Per esempio, possiamo scegliere di diventare vegetariani. E sposare volentieri la tesi secondo cui il carnivorismo è l'effetto della rottura di un ordine che regnava durante l'età dell'oro, quindi un allontanamento dall'originario stato di natura: il tempo in cui gli uomini vivevano in armonia con piante e animali e tutti erano vegetariani.

Il dibattito è aperto, da secoli. La filosofia se ne occupa, da sempre. E se Esiodo propugnava un marcato antropocentrismo, Empedocle, sempre tra i presocratici, teorizzava la parentela stretta tra uomini e animali: tutti composti della medesima materia e dei medesimi elementi. Addirittura secondo il filosofo siciliano il mondo intero, piante e minerali compresi, è dotato di pensiero, sensazioni e ragione, non soltanto i sapienti. Quindi tutti si dovrebbero astenere dal consumo di carne animale, vista la contiguità tra l'uomo e gli esseri che lo circondano.

Secondo Anassagora tutti gli animali hanno una forma di intelligenza, dato che il nous, l'intelletto, è costitutivo di ogni cosa nel cosmo. Con la differenza che gli uomini si differenziano e hanno quel qualcosa in più visto che sono stati dotati… di mani. E tanto basti. Va molto oltre Alcmeone di Crotone, siamo nel V secolo avanti Cristo, secondo il quale soltanto l'uomo è dotato di ragione mentre gli altri animali sono capaci di apprendere ma non di comprendere le proprie sensazioni.

È senza dubbio un percorso affascinante quello in cui ci guida Pietro Li Causi nel suo libro Gli animali nel mondo antico. Siamo in ottime mani, se intendiamo coltivare una curiosità intellettuale che nasce soprattutto dall'amore per i nostri compagni di vita a quattro zampe. Li Causi, infatti, è responsabile dell'unità di ricerca di Palermo del network “GDRI Zoomanthia (Transmission culturelle des savoirs zoologiques - Antiquité-Moyen Age) e fra le sue pubblicazioni troviamo L’anima degli animali (Einaudi, 2015).

Il libro è interessante, almeno per chi scrive, soprattutto nella sua parte centrale, là dove si parla di anima e carne, di zoopsicologia e delle relazioni fra uomini e animali nel mondo antico. E poi gli animali nella vita quotidiana in Grecia e a Roma, dal cibo al sacrificio, dalla guerra ai giochi, alla pura funzione di compagnia. Si ritrova così la teoria della metempsicosi, la trasmigrazione dell'anima, possibile da uomo ad animale secondo i Pitagorici. Li Causi cita a questo proposito un episodio raccontato da Diogene Laerzio, secondo cui si racconta che Pitagora in persona, «una volta, passando per dove maltrattavano un cagnolino, impietosito pronunziasse queste parole: - smetti di battere, poiché è certo l'anima di un amico mio: l'ho riconosciuta udendone la voce».

Tuttavia le differenze tra le anime di uomini e animali in Pitagora restano indeterminate ed è proprio questo elemento a giustificarne il vegetarianismo. Giacché «gli uomini non dovrebbero uccidere o mangiare altri uomini; gli animali potrebbero essere stati uomini in una precedente vita; ergo gli uomini non dovrebbero mangiare o uccidere altri animali».

Sorpresi? Può sorprendere ancora di più, allora, che uno dei grandi inventori della nozione occidentale di anima, Platone, non dedichi alcuna trattazione specifica, nella sua pur vasta opera, al problema dell'anima negli animali. Secondo il grande filosofo ateniese, anzi, restando con i piedi per terra, mentre l'uomo è capace di riflettere in risposta a sensazioni generate da ciò che ha visto (non per nulla la parola greca che lo definisce è anthropos, dal verbo anathreo, «guardare in alto», e opopa, passato remoto di orao, “vedere”), l’animale si limita semplicemente a vedere e nulla più. Anche se poi, per lo stesso Platone, la differenza tra uomini e animali non è così netta quando i primi attraversano la fase dell'infanzia. Infine, lo stesso Platone, con il passare degli anni, finisce per rivalutare gli animali. In tarda maturità, nelle Leggi, afferma che i sensi associati all'intelletto contribuiscono alla salvezza di ogni essere animato. Animali compresi.

Ma è con Aristotele e il suo De Anima che le teorie antiche diventano sistematiche e si trasformano in vera zoopsicologia. Così scopriamo che le attività psichiche degli animali non sono da attribuire al logos, di cui secondo Aristotele sono privi, quanto piuttosto alla loro innata capacità di percepire il mondo e farne esperienza. E anche sul vegetarianismo più che il cosa mangiare (Aristotele dà per scontato, spiega Li Causi, che l'uomo sia onnivoro) il vero problema, in quanto vizi estremi, è rappresentato da schizzinosità e voracità. E qui non sarebbe difficile aprire una lunga parentesi.

Non vogliamo svelare per intero la grande quantità di spunti di riflessione offerta da Gli animali nel mondo antico. Ad esempio, per dirne solo una, qualcuno potrebbe rimanerci male nel leggere che anche un pet, un animale domestico (e lo erano mammiferi, rettili, uccelli anfibi e perfino insetti), potesse finire per essere ucciso e mangiato.

Il libro è un viaggio, ma anche un esercizio che richiede pazienza e apertura mentale, come premette l’autore. Per capire come si sia trasformata la separazione tra mondo dell'uomo e degli altri esseri attraverso i secoli. Dal “perfido animale”, epiteto usato da Cicerone, fino agli “animots” di Jacques Derrida. Sempre ricordando, però, che alla radice della parola anima e animale c'è il termine greco “ànemos”, vento da intendere come soffio. Il respiro, quindi, la forza stessa che ci consente di agire e provare sensazioni. In definitiva, di essere vivi.

Pietro Li Causi
Gli animali nel mondo antico
Pagine 266 - Il Mulino

Loading...

Newsletter

Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

Iscriviti
Loading...