Giù dal lettino

Psicoanalisi anti-negazionista

Il negazionismo anti-Covid ha dilagato negli ultimi mesi, facendo aumentare il numero di contagi e decessi per coronavirus

di Vittorio Lingiardi e Guido Giovanardi

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Il negazionismo anti-Covid ha dilagato negli ultimi mesi, facendo aumentare il numero di contagi e decessi per coronavirus


3' di lettura

Qualche giorno fa The Lancet, una delle più importanti riviste scientifiche nel campo della medicina e della salute, di solito non particolarmente amichevole con la psicoanalisi, ha pubblicato una lettera in cui due psichiatri statunitensi, Austin Ratner e Nisarg Gandhi, auspicano un coinvolgimento degli psicoanalisti nella gestione di ciò che definiscono “un caso di non adesione ai consigli medici” unico nella storia.

Il “diniego”

Si riferiscono naturalmente al negazionismo anti-Covid che negli USA più che in Italia (ma anche qui ne abbiamo viste e sentite delle belle…) ha dilagato negli ultimi mesi, complice una politica presidenziale sconsiderata, facendo aumentare il numero di contagi e decessi per coronavirus. Il negazionismo anti-Covid sarebbe, secondo gli autori della lettera che noi condividiamo, l'espressione di alcuni specifici di meccanismi di difesa psichici, in primis il “diniego”, da sempre studiati dagli psicoanalisti a partire da Anna Freud. Per questo invitano a combattere tali atteggiamenti mentali difensivi promuovendo o implementando “una nuova partnership tra i campi della psicologia sperimentale, della sanità pubblica e della psicoanalisi”, essendo quest'ultimo il campo principale di studio e trattamento dei meccanismi di difesa.Se gli epidemiologi ci aiutano a conoscere la “realtà esterna” della pandemia, gli psicoanalisti possono aiutarci ad aumentare la consapevolezza della sua “realtà interna”: è ora che i sistemi sanitari, dicono Ratner e Gandhi, se ne rendano conto. I due autori ci ricordano come molta psicoanalisi è ormai finalmente uscita dallo “splendido isolamento” in cui si è a lungo ritirata, e già da tempo ha inaugurato un dialogo intenso con gli altri campi della psicologia sperimentale; con il cognitivismo, attraverso le teorie dell'attaccamento e il modello della mentalizzazione; con le neuroscienze, attraverso lo studio dei correlati fisiologici dei meccanismi inconsci e delle dinamiche transferali e controtransferali.

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In un momento come questo, in cui a rischio ci sono diversi strati del tessuto collettivo - dall'economia, all'ordine sociale, ai legami affettivi – ci sembra importante venga chiamata in causa, per la cura delle persone, una disciplina basata sul dialogo e sulla relazione. È un importante riconoscimento del potenziale trasformativo che la psicoanalisi può esprimere non solo come terapia individuale, ma come forza di cambiamento sociale. Del resto già nel 1946, mettendo in parallelo la sfera individuale e quella collettiva, Carl Gustav Jung invitava la psicoanalisi a “superare la profonda scissione esistente nell'uomo e nel mondo”. Molto più di recente, nel 2013, un altro psicoanalista, René Kaës, suggeriva di “arrischiare delle analisi nuove, fabbricare degli strumenti mentali, proporre dei modelli di intelligibilità per pensare di nuovo e provvisoriamente questo rapporto con lo sconosciuto che noi abbiamo scelto come il nostro modo d'essere al mondo.

”Stiamo nel pieno di una nuova ondata, e il rischio di rivivere un trauma psichico è molto alto: per molti il ritorno al lockdown può accompagnarsi a paure profonde e innescare comportamenti fobici (reclusioni eccessive e preventive) e controfobici (assembramenti negazionisti, vita sociale indiscriminata).

Spavento e incertezza

Il senso della ripetizione di un'esperienza che genera spavento e incertezza può essere molto invalidante. Colpisce nel profondo il proprio senso di continuità e la propria motivazione, ingredienti fondamentali per avere un senso di sé integrato e ben funzionante. Per una volta, contraddicendo il nome della rubrica, invitiamo a risalire sul lettino, e, seguendo l'invito di The Lancet, ad aggiungere, metaforicamente s'intende, qualche “lettino” in più nei luoghi istituzionali della cura.

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